Albenga, Bragno, Rocchetta, Cairo: la gestione dei rifiuti è già un’emergenza. E qualcuno pensa di risolverla aggiungendo un inceneritore.
Ad Albenga il deposito di Iren va in fiamme, si spegne, poi si riaccende. E mentre le istituzioni parlano di “cause accidentali”, ai cittadini resta una lista di divieti lunga come un bollettino di guerra:
niente acqua dei pozzi, niente ortaggi, niente animali al pascolo, niente contatto con ciò che è stato esposto ai fumi.
Tradotto: vivi pure qui, ma non toccare niente.
E allora la domanda è brutale, ma inevitabile: se questo è ciò che accade con un deposito di rifiuti non pericolosi, cosa succede quando il sistema si complica ancora di più?
Il paradosso ligure: prima il caos, poi l’inceneritore
Mentre in provincia si rincorrono incendi, stoccaggi e inchieste, il dibattito politico viaggia su un binario parallelo, quasi surreale.
Si parla di inceneritore.
Si immagina un futuro in cui le ceneri — quelle sì, vere protagoniste silenziose — dovranno essere gestite da qualche parte. E i nomi già circolano come tappe di un percorso già scritto:
- Bragno
- la piana di Rocchetta Cairo
- e quella collina sbancata dell’area ex Mazzucca
Una geografia che non è pianificazione: è distribuzione del rischio.
Mazzucca: quando il territorio diventa merce
Poi c’è la vicenda della collina “scomparsa” a Cairo, in località Mazzucca.
Ufficialmente un capannone.
Nella realtà, secondo l’esposto dei comitati, un’operazione da milioni: centinaia di migliaia di tonnellate di terra movimentate, vendute, trasformate in business.
La Procura indaga. I lavori sono fermi. Ma il segno resta.
Perché qui il punto non è solo giudiziario.
È culturale.
Si continua a trattare il territorio come un magazzino: si scava, si sposta, si accumula. E quando qualcosa va storto — incendio, inquinamento, allarme sanitario — si attiva la solita procedura: ordinanze, divieti, rassicurazioni.
E poi avanti, come prima.
La normalizzazione dell’emergenza
Il dato più inquietante non è l’incendio.
È l’abitudine all’incendio.
Non scandalizza più vedere fumo levarsi da un sito di rifiuti.
Non sorprende più un’ordinanza che vieta di mangiare ciò che cresce nel proprio terreno.
Non fa più rumore un’indagine su uno sbancamento sospetto.
Tutto rientra nella normalità.
Una normalità costruita su una parola che ricorre sempre: precauzione.
Precauzione per l’acqua.
Precauzione per il cibo.
Precauzione per l’aria.
Ma mai precauzione nelle scelte.
E allora la domanda resta
In questo scenario, parlare di inceneritore non è una soluzione.
È un salto nel buio fatto con gli occhi chiusi.
Perché prima ancora di costruire nuovi impianti, bisognerebbe dimostrare di saper gestire quelli che già esistono.
Senza incendi.
Senza emergenze.
Senza zone rosse.
Altrimenti il rischio è uno solo: che le fiamme di Albenga non siano un incidente, ma un’anticipazione.
E che la Liguria non stia progettando il futuro dei rifiuti,
ma semplicemente ampliando il perimetro del problema.
