TPL: i fiori tolti, la memoria cancellata, quando le aziende dimenticano le persone

Macciò Stefano deceduto sul lavoro

Ci sono gesti che pesano più di mille comunicati ufficiali.
E la rimozione dei fiori e dei ceri deposti dai colleghi nel deposito Tpl in memoria di Stefano Macciò, morto sul lavoro l’8 febbraio 2023, è uno di questi.

Non è una questione formale, non è una polemica sindacale come tante. È una questione di rispetto umano.

Quei fiori non erano un arredo fuori posto.
Erano un simbolo.
Erano il modo semplice e silenzioso con cui i lavoratori ricordavano un collega che non è più tornato a casa dopo il turno.

Toglierli significa cancellare un segno di comunità, di solidarietà, di memoria condivisa.

Le organizzazioni sindacali hanno parlato di un gesto «grave e inaccettabile», capace di ferire i lavoratori e mortificare il dolore dei familiari. Ed è difficile non essere d’accordo. Perché non si trattava di un atto politico o di protesta, ma di un ricordo umano, spontaneo, dignitoso.

La risposta dell’azienda — il richiamo al «costante e immutato dolore» — appare fredda, burocratica, distante.
Il problema, infatti, non è quello che si dice, ma quello che si fa.

Una volta, nelle aziende pubbliche e nelle grandi realtà del lavoro locale, la memoria dei colleghi era considerata parte della comunità aziendale. I dirigenti conoscevano i lavoratori per nome, sapevano cosa significava perdere un uomo in servizio, e nessuno avrebbe pensato di rimuovere un segno di ricordo senza parlarne con chi lavorava ogni giorno in quel luogo.

Con i dirigenti di una volta, semplicemente, questo non sarebbe successo.

Oggi invece sembra prevalere una cultura aziendale impersonale, dove tutto deve essere ordinato, neutro, “gestito”, anche il dolore. Una cultura che rischia di trasformare i luoghi di lavoro in spazi senza memoria, dove le persone contano meno delle procedure.

Eppure la sicurezza sul lavoro, la dignità dei lavoratori e la memoria di chi ha perso la vita lavorando non possono diventare dettagli amministrativi.

Perché un’azienda di trasporto pubblico non è fatta solo di autobus, bilanci e regolamenti.
È fatta di persone.

E quando si tocca la memoria di un lavoratore morto sul lavoro, non si rimuovono solo dei fiori: si rischia di rimuovere il senso stesso di comunità che tiene insieme un luogo di lavoro.

Ed è questo, forse, l’aspetto più grave di tutta la vicenda.

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