
C’è un dettaglio che nella lunga discussione sul termovalorizzatore ligure continua a sfuggire. O forse si fa finta di non vedere. Ogni volta che cresce la contrarietà dei territori, parte immediatamente la stessa narrazione: “se non lo fate voi, pagherete milioni di euro in più di Tari”. Una specie di ricatto psicologico trasformato in strategia politica.
Eppure, dietro le rassicurazioni dell’assessore regionale Giampedrone – “nessuna decisione definitiva”, “nessuna scelta sulla Val Bormida”, “serve ancora il consenso dei territori” – resta una domanda enorme: se davvero non c’è nulla di deciso, perché da mesi tutte le strade portano sempre lì? Perché le aziende interessate, secondo quanto emerso anche in Consiglio regionale, continuano a guardare quasi esclusivamente alla Val Bormida?
La sensazione è quella già vista col rigassificatore: prima si minimizza, poi si parla di “semplice fase esplorativa”, poi improvvisamente il percorso appare già indirizzato. Cambiano i nomi tecnici – manifestazione di interesse, partenariato pubblico-privato, procedura esplorativa – ma il film sembra sempre lo stesso.
E nel frattempo si tenta di mettere i cittadini uno contro l’altro: o accettate l’impianto oppure vi arriveranno bollette astronomiche. Come se non esistessero alternative serie. Come se il problema della Liguria fosse soltanto “dove bruciare” e non anche quanto e come si raccolgono i rifiuti.
Perché qui c’è un tema gigantesco che continua a essere rimosso. Basta guardare Genova. Chiunque la conosca davvero sa che la raccolta differenziata nel capoluogo è ancora piena di criticità, quartieri interi con sistemi disomogenei, percentuali lontane dagli standard più avanzati e una gestione spesso contestata dagli stessi cittadini. Prima di parlare di forni da centinaia di milioni, forse qualcuno dovrebbe spiegare perché non si riesca ancora a fare seriamente la differenziata ovunque.
Invece no. La politica preferisce la scorciatoia industriale. Molto più semplice evocare Brescia, Torino o Parma come modelli miracolosi che affrontare i fallimenti locali della gestione rifiuti.
Curioso poi il balletto politico. Da una parte Vaccarezza rassicura: “nulla è deciso”. Dall’altra Giampedrone ammette che, in assenza di consenso, la Regione potrebbe persino “applicare la norma” e andare avanti lo stesso. Insomma: tranquilli cittadini, deciderete voi… purché diciate sì.
E allora fanno quasi sorridere certe dichiarazioni indignate del centrodestra contro il Pd accusato di voler spedire i rifiuti fuori regione. Perché il vero nodo non è dove finiscono i rifiuti. Il vero nodo è chi guadagna da tutto questo gigantesco business industriale.
Alla fine il punto politico è uno solo: la Val Bormida non è un foglio bianco su cui disegnare impianti perché “logisticamente comoda”. È un territorio che ha già pagato un prezzo ambientale altissimo nella sua storia industriale. E forse è proprio per questo che oggi, dopo anni di silenzi e promesse mancate, i sindaci – quasi tutti – hanno capito che i cittadini non vogliono più sentirsi dire: “fidatevi, questa volta sarà diverso”.






