Termovalorizzatore, i privati si muovono ma i Comuni frenano: Cairo dice ancora no

La fase delle ipotesi sembra avviarsi alla conclusione. Sul dossier inceneritore la Regione ha fatto la sua mossa, ora tocca ai privati. E infatti qualcosa si muove: nelle ultime settimane alcune aziende hanno iniziato a esplorare concretamente il territorio, cercando interlocutori istituzionali e verificando se esistano spazi politici prima ancora che tecnici.

Uno di questi passaggi è avvenuto a Cairo Montenotte, dove la multiutility Iren ha incontrato il sindaco Paolo Lambertini. Un contatto che non nasce per caso: Iren è già presente in Val Bormida con impianti legati al trattamento dei rifiuti e rappresenta uno dei soggetti più accreditati per un’eventuale candidatura alla costruzione del nuovo termovalorizzatore ligure.

Ma se sul piano industriale l’interesse è evidente, su quello politico la risposta resta immutata. Lambertini ha ribadito la contrarietà del Comune, senza ambiguità: a Cairo, oggi, non esistono le condizioni per ospitare un impianto di questo tipo. Una posizione che non nasce da chiusura al dialogo – il sindaco ha confermato la disponibilità a incontrare chiunque – ma da una scelta amministrativa precisa e già dichiarata pubblicamente più volte.

Il contesto è quello aperto dalla manifestazione di interesse lanciata dalla Regione Liguria a fine dicembre, attraverso l’Agenzia regionale dei rifiuti. Un passaggio che segna un cambio di fase: non più discussioni astratte su “dove” e “se”, ma la ricerca concreta di un soggetto privato disposto a investire, costruire e gestire l’impianto.

Tuttavia, dentro quel bando c’è un elemento che pesa più di altri: il consenso del territorio. Senza il via libera del Comune ospitante, il progetto non può andare avanti. Ed è proprio questo vincolo che sta spingendo le aziende a muoversi con cautela, iniziando un giro di contatti istituzionali prima ancora di presentare proposte ufficiali.

In Val Bormida la questione è particolarmente sensibile. Qui il tema rifiuti non è solo tecnico, ma storico, ambientale e sociale. Un territorio che ha già dato molto e che difficilmente accetta l’idea di diventare, ancora una volta, il punto di caduta delle scelte regionali.

Il no di Cairo, dunque, non è un dettaglio. È un segnale chiaro che dice una cosa semplice: il problema del ciclo dei rifiuti non si risolve solo trovando un investitore. Serve una scelta condivisa, e al momento quella condivisione non c’è. E senza i Comuni, anche i progetti più solidi rischiano di restare sulla carta.

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