Tanti trucchi, poca energia: la favola degli inceneritori che non torna

C’è una narrazione che ormai conosciamo a memoria. Ce la raccontano con tono rassicurante, quasi paterno: gli inceneritori sono moderni, sicuri, producono energia e risolvono il problema dei rifiuti. Una specie di bacchetta magica tecnologica.

Peccato che, appena si va a leggere i numeri veri, la magia svanisca.

In Italia gli inceneritori lavorano già a pieno regime. Non sono pochi, non sono sottoutilizzati, non sono la soluzione che manca all’appello. E soprattutto producono una quantità di energia ridicola: meno del 2% del fabbisogno nazionale. Altro che alternativa energetica. È una foglia di fico.

E allora viene spontanea una domanda: se producono così poca energia, perché tutta questa fretta di costruirne altri?

La risposta è meno nobile di quanto si voglia far credere. Gli inceneritori devono mangiare. E per funzionare devono bruciare continuamente rifiuti, non solo urbani ma anche industriali, più “redditizi” perché hanno maggiore potere calorifico. Tradotto: più che risolvere il problema dei rifiuti, rischiano di alimentarlo.

E qui cade un altro mito: quello della transizione ecologica.
Perché se davvero l’obiettivo è ridurre le emissioni, bruciare rifiuti è esattamente la strada opposta. Gli inceneritori emettono CO₂, polveri, ossidi di azoto. Certo, “nei limiti di legge”, ci diranno. Ma anche il traffico lo è, e non per questo lo consideriamo salutare.

La verità è che l’incenerimento è l’ultima scorciatoia di un sistema che non riesce – o non vuole – puntare davvero su riduzione, riuso e riciclo.

E mentre si racconta che “in tutta Europa è così”, si dimentica di dire che nei Paesi più avanzati gli inceneritori sono inseriti in sistemi dove il riciclo funziona davvero, non dove serve a tappare buchi.

Ma c’è un dettaglio ancora più curioso, quasi comico se non fosse serio: questi impianti, per stare in piedi economicamente, hanno bisogno di rifiuti costanti. Quindi meno si differenzia, meglio è per loro. Un paradosso perfetto: più siamo virtuosi, più diventano inutili.

E allora torniamo alla domanda iniziale, quella che nessuno ama affrontare davvero: ha senso investire centinaia di milioni in impianti che producono poca energia, emettono comunque inquinanti e rischiano di bloccare il progresso verso un’economia più sostenibile?

Oppure è semplicemente più facile vendere ai cittadini una soluzione “semplice”, senza dire tutta la verità?

Perché alla fine il punto è sempre lo stesso: non è solo una questione tecnica. È una scelta politica.

E chi paga, come sempre, sono i territori. Magari quelli più fragili, più periferici, più abituati a sentirsi dire che “tanto non cambia nulla”.

Già. Nulla cambia.
Se non l’aria che si respira.

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