Spotorno, la rivolta dei “poveri” balneari: quando il 40% diventa dittatura

A Spotorno è scoppiata l’ennesima emergenza nazionale: i balneari.
Non per una mareggiata, non per l’erosione costiera, ma per l’applicazione di una legge. Una roba inaudita.

I gestori degli stabilimenti, notoriamente categoria fragile e vessata dalla storia, hanno avviato una raccolta firme contro il nuovo Piano di utilizzo del demanio. Motivo? Il Comune osa portare le spiagge libere dal 10% al 40%, cioè il minimo previsto dalla normativa regionale e dalla Bolkestein. Non il 90, non il 70: il minimo sindacale. Ma tanto basta per evocare scenari apocalittici.

Dal lettino alla distopia

Secondo il racconto dei concessionari, togliere qualche metro di arenile agli ombrelloni significherebbe:

  • crollo del turismo,

  • devastazione del commercio locale,

  • deprezzamento delle seconde case,

  • accampamenti notturni,

  • degrado, spaccio, caos sociale.

Insomma, la fine di Spotorno come la conosciamo. Tutto perché qualche cittadino in più potrà piantare un asciugamano senza pagare.

Curioso però: il 60% dei Comuni liguri è già sopra il 40% di spiagge libere e non risulta trasformato in una landa post-atomica. Ma si sa, Spotorno è speciale. Qui la spiaggia libera sarebbe pericolosissima… altrove no.

Il “dittatore” che applica la legge

Nel mirino finisce il sindaco Mattia Fiorini, colpevole – secondo i balneari – di aver “calato dall’alto” un piano che in realtà:

  • mantiene 40 attività su 41,

  • riduce le concessioni più grandi per evitare l’assalto delle multinazionali,

  • introduce spiagge libere attrezzate con servizi, pulizia, sorveglianza e salvataggio,

  • prevede tutele occupazionali per i lavoratori.

Un tiranno, insomma. Uno che governa con la terribile arma del codice normativo.

Turismo sì, ma solo a pagamento

Il punto vero, al netto dei toni drammatici, è semplice:
per una parte dei concessionari turismo di qualità = spiaggia a pagamento.
Chi non può permettersi il lettino? Evidentemente non rientra nel target.

Peccato che il turismo moderno – quello che regge davvero le località costiere – chieda accessibilità, equilibrio, spazi pubblici, non solo file ordinate di ombrelloni identici.
E che una località con solo il 10% di spiaggia libera non sia un modello virtuoso, ma un’eccezione fuori scala.

La paura di perdere, non di condividere

Dietro la retorica dell’“impoverimento del paese” c’è soprattutto la paura di perdere rendita, metri, privilegi sedimentati in decenni di proroghe automatiche.
Comprensibile. Ma non spacciabile per interesse collettivo.

Perché difendere lo status quo non significa difendere Spotorno:
significa difendere un modello sbilanciato, dove il bene pubblico è l’ultima ruota del carro.

Chiamare “dittatura” l’applicazione del 40% previsto dalla legge è un insulto alla realtà, prima ancora che alla politica.
E raccontare la spiaggia libera come una minaccia sociale è una scorciatoia retorica che non regge più.

A Spotorno non si sta togliendo il mare a nessuno.
Si sta solo ricordando che il mare è di tutti. Anche di chi non firma petizioni con vista ombrellone.

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