Spotorno, i balneari scoprono di essere “il perno dell’economia” (solo quando conviene)

La decisione del sindaco di Spotorno Matteo Fiorini di portare le spiagge libere al 40% ha scatenato, come da copione, una valanga di dichiarazioni, comunicati, prese di posizione e improvvise vocazioni democratiche da parte dei soliti noti: i più strenui difensori della categoria dei gestori dei bagni marini, con il centrodestra – Lega in testa – schierato in trincea a difesa delle concessioni.

Un coro compatto, quasi commovente, nel dipingere i balneari come le vere vittime sacrificali di questa scelta “scellerata”, “ideologica”, “distruttiva per l’economia del paese”. Peccato che lo stesso coro, per anni, abbia ignorato qualsiasi discorso serio su accesso pubblico, diritto alla spiaggia, sostenibilità e riequilibrio tra interessi privati e bene collettivo.

I gestori dei bagni marini – come abbiamo già scritto più volte, ormai trasformati in veri e propri villaggi vacanza con ristoranti, dehors, gazebo, palme finte e pavimentazioni degne di un resort – oggi si scoprono improvvisamente pilastro portante dell’economia locale. Si sentono il perno su cui ruota tutto: turismo, commercio, occupazione, persino l’umore dei cittadini.

Curioso, però, che questo “perno” per decenni sia stato in realtà il freno. Un peso (quasi) morto, sicuramente immobile, di un modello turistico fermo agli anni Ottanta, incapace di rinnovarsi, di immaginare qualcosa di diverso dal solito lettino in fila indiana, ombrellone numerato e prezzi sempre più alti. Mentre il mondo cambiava, mentre il turismo evolveva, mentre altre località sperimentavano, investivano, diversificavano, qui si difendeva lo status quo come fosse un monumento storico.

Un settore che non cambia con la società, che non cresce, che non innova, che non investe, non può essere il perno di nulla. Se non degli interessi di pochi. E spesso nemmeno dei loro stessi dipendenti, che restano precari, stagionali, sottopagati, invisibili nel racconto idilliaco dei “posti di lavoro a rischio”.

Il vero nodo non è la sopravvivenza dei bagni marini, ma la fine di un monopolio di fatto su un bene pubblico. Perché la spiaggia non è un’eredità familiare, non è un diritto acquisito per grazia divina, non è una concessione eterna. È un patrimonio collettivo che per anni è stato privatizzato di fatto, normalizzando l’idea che pagare per stendere un asciugamano sia naturale quanto respirare.

E allora il dramma delle spiagge libere al 40% non è economico, è culturale. È la paura di perdere il controllo, di dover competere, di non essere più l’unica opzione possibile. È il terrore che qualcuno possa scoprire che una località turistica può vivere anche senza trasformare ogni metro di sabbia in una rendita.

Il resto è rumore di fondo. Dichiarazioni indignate, appelli alla tradizione, lacrime mediatiche. Ma la verità è semplice e brutale: chi non cambia, chi non investe, chi non innova, prima o poi non è più centrale. Non per colpa dei sindaci, delle leggi o delle ideologie, ma perché la storia – anche quella balneare – non aspetta chi resta fermo sotto lo stesso ombrellone da quarant’anni.

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