Savona, tra rassegnazione e sopravvivenza: la città che si arrangia (ma non dimentica di arrabbiarsi)

C’è un momento, a Savona, che torna puntuale come le maree: quello delle elezioni. È lì che ci si accorge davvero dello stato d’animo diffuso. Non tanto nei programmi — spesso deboli, intercambiabili, privi di slancio — ma negli sguardi della gente. Più che disillusione, sembra una forma di adattamento. Una rassegnazione silenziosa, quasi educata.

E qui sta l’errore più grande.

Perché il silenzio, in politica, non è mai neutro. È consenso implicito. È terreno fertile per chi governa, che sa benissimo che, alla lunga, il cittadino si abitua. Gli amministratori diventano attori consumati: promettono, modulano il tono, interpretano il ruolo. E spesso funziona. Non perché convincano davvero, ma perché dall’altra parte manca la reazione.

La differenziata come fotografia della città

Prendiamo un tema concreto, quotidiano, persino banale: i rifiuti. La raccolta differenziata a Savona è diventata il simbolo perfetto di questa città a più velocità (e a più sistemi).

  • C’è chi ha i mastelli sotto casa
  • Chi i bidoni condominiali chiusi a chiave
  • E chi, nel centro, si ritrova con i famigerati bidoni intelligenti

Tre modelli diversi, tre esperienze diverse, una sola città. E una sensazione diffusa: il caos.

La battaglia per uniformare il sistema — per avere davvero un modello equo ed efficiente — sembra essersi affievolita. Eppure, non è del tutto spenta. Realtà come “Savona Intelligente”, per fortuna continuano a tenere il punto, a ricordare che non tutto deve essere accettato così com’è.

Ma la domanda resta lì, sospesa: perché questa battaglia non diventa di tutti?

L’arte savonese di arrangiarsi

Forse perché, sotto sotto, quello che chiamiamo “rassegnazione” è qualcosa di più sottile. È l’arte di arrangiarsi.

Il savonese medio non si arrende davvero. Si adatta. Trova scorciatoie, riduce il disagio, impara a convivere con un sistema che non funziona come dovrebbe. È una forma di resistenza passiva: non cambia le cose, ma permette di sopravvivere.

“Si tira a campare”, direbbe qualcuno.

E così, mentre il sistema resta com’è — confuso, stratificato, spesso contraddittorio — la protesta si diluisce nella quotidianità. Ognuno si costruisce il proprio equilibrio precario.

Una politica che non promette più (o non viene creduta)

C’è poi un altro elemento, forse ancora più preoccupante: il vuoto dell’opposizione.

Se da un lato la giunta ha deluso molte aspettative, dall’altro non si è sentita una voce chiara, netta, alternativa. Qualcuno ha promesso davvero un cambio radicale sul sistema dei rifiuti? Qualcuno ha detto: “via i mastelli per tutti” o “stesso sistema per ogni quartiere”?

Se è successo, è passato inosservato.

E quando la politica smette di offrire visioni credibili, il cittadino smette di aspettarsele. È lì che nasce la vera rassegnazione: non quando le cose vanno male, ma quando si smette di credere che possano andare meglio.

Oltre la superficie: reti, interessi, equilibri

C’è infine un livello più profondo, meno visibile ma più determinante. Cambiare davvero un sistema non significa solo sostituire una giunta o vincere un’elezione.

Significa entrare in un intreccio complesso di relazioni, interessi, mediazioni. In quei mondi dove operano figure di collegamento — professionisti, facilitatori, intermediari — che tengono insieme pezzi diversi: economia, politica, e talvolta zone più opache.

La gestione dei rifiuti, con i suoi appalti, le sue filiere, i suoi equilibri, non è mai solo una questione tecnica. È potere. E il potere, si sa, non si lascia cambiare facilmente.

Non rassegnati, ma stanchi. E ancora in piedi

Eppure, nonostante tutto, qualcosa resiste.

C’è chi si arrabbia, chi si informa, chi non smette di pretendere risposte. C’è chi, anche nei momenti di maggiore frustrazione, dice: “io non mollo”.

Forse è da lì che bisogna ripartire. Non dall’illusione che basti una nuova elezione per cambiare tutto, ma dalla consapevolezza che il cambiamento vero nasce quando una battaglia diventa collettiva.

Perché Savona non è una città rassegnata.
È una città che si è abituata a cavarsela da sola.

E questa, nel bene e nel male, è la sua forza

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