Savona perde i suoi giovani: la fuga silenziosa che svuota il futuro

Ci sono numeri che fanno più rumore di una manifestazione in piazza. Numeri che raccontano una crisi profonda senza bisogno di slogan. Uno di questi è particolarmente impressionante: tra il 2010 e il 2025 oltre 24 mila persone hanno lasciato la provincia di Savona. Di queste, circa 9 mila avevano meno di trent’anni.

Non si tratta soltanto di statistiche. Dietro quei numeri ci sono ragazzi che hanno studiato nelle nostre scuole, giovani laureati, tecnici specializzati, lavoratori, famiglie che hanno deciso di costruire altrove il proprio futuro. Una vera e propria emorragia demografica che rischia di compromettere lo sviluppo economico e sociale dell’intero territorio.

A lanciare l’allarme è il segretario generale della CGIL Savona, Andrea Pasa, che fotografa una situazione sempre più difficile. Da una parte salari bassissimi, dall’altra il costo della vita che continua a crescere. Una combinazione che per molti giovani rende impossibile immaginare una vita autonoma.

I dati sono impietosi. Nella provincia di Savona circa 15 mila lavoratori percepiscono meno di 10 mila euro lordi all’anno. In pratica, in molti casi, si parla di stipendi netti inferiori a 600 euro mensili. Nello stesso tempo un affitto medio nel capoluogo supera ormai i 770 euro al mese.

Tradotto in parole semplici: lavorare non basta più per permettersi una casa.

Eppure il paradosso savonese è tutto qui. Da una parte migliaia di appartamenti vuoti, dall’altra giovani che non riescono a trovare un alloggio accessibile. Una contraddizione che racconta meglio di qualsiasi convegno le difficoltà del territorio.

Ma il problema non riguarda soltanto la casa.

La precarietà è diventata la normalità. Secondo i dati forniti dal sindacato, il 96% dei nuovi contratti stipulati nel 2025 per gli under 30 è precario. Quasi la metà dei giovani riceve proposte di lavoro part-time e per le donne la percentuale è ancora più elevata.

In queste condizioni programmare il futuro diventa un esercizio di fantasia. Accendere un mutuo è impossibile. Affittare una casa è difficile. Mettere al mondo dei figli diventa un lusso.

Non stupisce quindi che molti scelgano di partire.

Secondo le stime, il 60% dei giovani che lasciano Savona si trasferisce in altre regioni italiane. Il restante 40% cerca opportunità all’estero. Milano, Torino, Bologna, ma anche Germania, Regno Unito, Francia e Paesi del Nord Europa diventano destinazioni sempre più frequenti.

La domanda che dovremmo porci non è perché i giovani partano.

La vera domanda è perché dovrebbero restare.

Una provincia che si colloca soltanto al 73° posto su 110 per qualità dei servizi, che fatica a garantire trasporti efficienti, che vede il proprio entroterra progressivamente isolato e che offre salari tra i più bassi del Nord Ovest, rischia inevitabilmente di perdere attrattività.

Per anni il dibattito pubblico savonese si è concentrato su grandi opere, progetti urbanistici, waterfront, porti turistici, varianti e rendering futuristici. Tutto importante. Ma nel frattempo migliaia di giovani hanno semplicemente fatto le valigie.

E forse è proprio qui il vero problema.

Perché una città può sopravvivere ai cantieri infiniti, alle promesse mancate e perfino alle crisi economiche. Quello che difficilmente può sopravvivere è la perdita della propria generazione più giovane.

Quando i ragazzi se ne vanno, non partono soltanto dei lavoratori. Partono idee, competenze, energie, famiglie future, consumi, innovazione e speranze.

La fuga dei giovani non è un problema dei giovani.

È il problema più grande che Savona si trova davanti.

E finché non verranno affrontati seriamente il tema dei salari, della casa, dei servizi e delle opportunità di lavoro, continueremo a discutere di come rendere più bella la città senza accorgerci che, lentamente, la città si sta svuotando.

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