
C’è un filo rosso che attraversa la politica savonese degli ultimi mesi: la sensazione, sempre più diffusa, che le decisioni importanti non nascano a Savona, ma altrove. E che Savona venga utilizzata come terreno di sperimentazione, più che come comunità da rappresentare.
Al centro di questa dinamica torna ancora una volta Paolo Ripamonti. Un protagonista che, invece di concentrarsi su partite aperte e tutt’altro che secondarie — Aurelia Bis ferma da anni, funivie sospese nel limbo — sembra voler continuamente spostare il proprio raggio d’azione, entrando a gamba tesa anche nella delicata partita savonese.
L’obiettivo? Difficile dirlo con certezza. Ma qualcuno, sottovoce, si chiede se certe mosse non finiscano paradossalmente per favorire proprio l’avversario, Marco Russo (del resto i rapporti della lega savonese con il Pd non sono mai stati così buoni come in questo momento)
Il “metodo”: lanciare e vedere l’effetto che fa
C’è uno schema che si ripete. Progetti annunciati, nomi fatti filtrare, decisioni buttate sul tavolo quasi a sondare le reazioni. Una politica che assomiglia più a un test continuo che a una strategia.
E così, dopo un sondaggio che avrebbe premiato figure locali come Santi e Orsi e bocciato invece i candidati “calati” da Genova, ecco spuntare l’ennesimo nome nuovo: Alessandro Gastaldo.
Una scelta che appare in controtendenza rispetto al segnale arrivato dalla città. Un azzardo politico, forse consapevole. O forse no. Ma che rischia di trasformarsi nell’ennesimo “flop annunciato”.
Il punto non è tanto il nome in sé, quanto il metodo: ignorare un orientamento chiaro e ripartire da zero, come se nulla fosse.
Il silenzio (e le ambiguità) del centrodestra

In questo scenario, sorprende — ma fino a un certo punto — anche il comportamento di Angelo Vaccarezza.
Solo pochi giorni fa dichiarava apertamente che il candidato sarebbe stato Santi. Una presa di posizione netta, apparentemente. Ma che cozza con una realtà ben diversa: il nome di Gastaldo circola da settimane negli ambienti politici.
Una contraddizione evidente. Che suona più come una mossa tattica — o peggio, come un modo per prendere tempo — che come una reale indicazione politica.
Il risultato? Confusione. E una sensazione crescente di scarsa trasparenza.
Le “interferenze” e il ruolo dei registi esterni
A rendere il quadro ancora più intricato c’è il ritorno sulla scena di figure come Santiago Vacca, oggi orbitante nella Lega genovese dopo l’esperienza in Forza Italia savonese.
Un altro segnale di come le dinamiche locali vengano influenzate — o guidate — da equilibri che hanno poco a che fare con Savona e molto con Genova.
E sullo sfondo, inevitabile, la regia del presidente Marco Bucci, che sembra lasciare spazio a queste operazioni senza esporsi direttamente.
Savona spettatrice di sé stessa
Il punto politico, alla fine, è tutto qui.
Savona appare sempre più prigioniera di giochi che non controlla. Di candidature che nascono altrove. Di strategie che rispondono a logiche regionali più che cittadine.
E mentre si discute di nomi, la città resta sullo sfondo:
- infrastrutture ferme
- progetti incompiuti
- giovani che continuano ad andarsene
Il rischio è evidente: trasformare un’elezione amministrativa in una partita interna ai partiti, dove il territorio conta poco o nulla.
La domanda che resta
Davvero Savona non è più in grado di esprimere una propria classe dirigente?
O è semplicemente più comodo decidere altrove, evitando il confronto con una realtà locale che — quando interpellata — sembra avere idee piuttosto chiare?
Perché se il messaggio del sondaggio era questo, ignorarlo potrebbe avere un costo politico ben più alto di un semplice “flop”.
E a pagarlo, ancora una volta, rischia di essere la città.






