Tra baby gang in porto e anziani morti dimenticati da tutti, Palazzo Sisto si giustifica: “Stiamo facendo il massimo”

A Savona si spacca l’ennesima vetrina di un locale in darsena e si muore da soli, dimenticati da tutto e da tutti. Ma niente paura: l’amministrazione assicura che sta facendo “il massimo”. Lo dice l’assessore Pasquali, lo ripete l’assessore Viaggi. La città, però, appare sempre più smarrita, più fragile, più abbandonata. E mentre la giunta si rifugia dietro tecnicismi e buone intenzioni, crescono la rabbia e lo sconforto di chi ogni giorno vive – o cerca di sopravvivere – tra degrado, violenza e solitudine.
La città dei baby-vandali e delle telecamere promesse
È furente Michele Sgambato, titolare del locale “Capatoast” in Darsena, dopo l’ennesima spaccata notturna. Due ragazzini, bottiglia alla mano, hanno mandato in frantumi i vetri del dehors per rubare un gelato. Non è la scena di una fiction distopica, ma cronaca locale. “Siamo ostaggio di minorenni e non solo, la Darsena è fuori controllo”, denuncia. In risposta, l’assessore alla sicurezza Barbara Pasquali sfodera il solito arsenale di rassicurazioni: nuove telecamere, agenti assunti, sinergie con le forze dell’ordine. Ma i risultati, per ora, sono sotto gli occhi di tutti: porte rotte, cittadini esasperati, criminalità spicciola che dilaga tra le vie del porto.
La solitudine che puzza di morte
Poi c’è l’altra faccia, quella più tragica e silenziosa. Ettore, 76 anni, morto da solo in casa da almeno venti giorni, scoperto solo grazie al cattivo odore segnalato dai vicini. Nessuno che lo cercasse, nessun familiare, nessuna rete sociale. “Non era noto ai servizi sociali”, dice l’assessore Riccardo Viaggi. Come se l’invisibilità dell’individuo fosse una colpa sua, non un fallimento del sistema. Nessuna presa in carico, nessun segnale, nessun intervento. Solo la desolazione di un appartamento popolare fatiscente, e un cadavere che racconta l’amara verità: a Savona si può morire da fantasmi, senza che nessuno se ne accorga.
Un Comune che rincorre i problemi, senza mai anticiparli
Due episodi, due assessori, due risposte identiche: “Stiamo facendo il possibile”. Ma se il possibile è questo, forse è il momento di porsi domande più scomode. Perché la sicurezza non è solo questione di telecamere, e il sociale non è solo questione di segnalazioni protocollate. La verità è che l’amministrazione vive alla giornata, rincorrendo emergenze che diventano normalità.
E così la Darsena resta una terra di nessuno in balia della “mala movida”, mentre nei quartieri popolari si spegne la vita nel silenzio dell’indifferenza. L’impotenza amministrativa si maschera da buona volontà, ma la città è stanca di parole, promesse e giustificazioni. Chiede ascolto, presenza, concretezza. E forse, chissà, anche un po’ di coraggio politico.
Ma per ora, come sempre, “stanno facendo il massimo”. E questo, purtroppo, è il vero problema






