A Savona, negli ultimi giorni, è riesplosa una diatriba che si ripresenta con la puntualità di un orologio svizzero ogni volta che si avvicina l’aria di campagna elettorale: la bandiera della Palestina può essere esposta sul balcone del Comune oppure no?
Una questione che, in tempi normali, occuperebbe mezza riga di un verbale amministrativo. Ma siamo a Savona, dove alcune polemiche hanno la vocazione della sopravvivenza.
A riaccendere la miccia è stato il consigliere regionale Angelo Vaccarezza, da anni specializzato in interventi dal sapore “scandalo last-minute”, sempre utili per guadagnare qualche riflettore politico. Questa volta, affacciandosi su piazza Sisto IV, ha notato la bandiera palestinese al balcone del Comune e ha subito tuonato: “La legge è uguale per tutti, meno che per i compagni”.
Un refrain che ormai conosciamo a memoria.
Vaccarezza ha ricordato che la bandiera era stata già esposta in passato, poi rimossa dopo una diffida della Prefettura. E ha tirato in ballo articoli di DPR e DPCM sull’esposizione di bandiere straniere negli edifici pubblici. Fin qui nulla di nuovo. La solita lettura rigorosa delle norme… rigorosa però solo quando conviene.
Sicuramente meno rigoroso, invece, il suo curriculum di “passaggi pubblici”: dalle presenze a manifestazioni dell’estrema destra, alle mosse politiche sempre mirate a mantenere viva la poltrona. Di materiale, sulle cronache, ce n’è parecchio.
La risposta (piccata) di Lima e la polemica che rinasce
Fin qui, si potrebbe anche lasciar correre. Come ha scritto il consigliere Mij: “Vista la pochezza delle considerazioni del Vaccarezza non gli avrei nemmeno dato importanza, lasciando che le sue parole cadessero presto nel dimenticatoio”.
E invece no. Perché anche nel campo opposto c’è chi scalpita in vista del 2027.
Così Marco Lima, capogruppo di Patto per Savona, ha risposto seccato.
Ha ricordato che l’esposizione della bandiera palestinese deriva da un ordine del giorno approvato dal Consiglio comunale per esprimere solidarietà verso la popolazione di Gaza. Ha spiegato che non c’è nessuna sfida alle regole e che l’iniziativa rientra nelle prerogative dell’ente locale.
E ha respinto con forza l’accostamento – fatto da Vaccarezza – fra l’esposizione della bandiera e la violenza politica degli anni di piombo: un parallelo francamente improbabile, oltre che insultante per la storia della città.
Lima, poi, ha lanciato un dardo avvelenato: quando l’estrema destra ha assaltato il liceo Da Vinci di Genova, Vaccarezza non ha sentito il bisogno di indignarsi. Sarà intervenzionismo social intermittente?
E allora perché solo la Palestina? La domanda che resta sospesa
In mezzo alla rissa politica resta però una domanda legittima:
se l’intento è esprimere solidarietà verso i popoli che soffrono, perché non esporre anche le bandiere dell’Ucraina e del Sudan?
Due guerre, due tragedie umanitarie, due popoli devastati.
Per coerenza, il Comune dovrebbe mostrare uguale sensibilità verso tutti, altrimenti il gesto rischia di apparire selettivo, più politico che umanitario.
E non sfuggirà, a chi segue la vita politica savonese, che proprio la selettività dei simboli spesso diventa terreno di scontro, più utile a fare propaganda che a muovere la compassione.
Una polemica che parla della nostra politica più che delle bandiere
Il risultato finale è la solita sceneggiata: da una parte Vaccarezza che usa le bandiere come arma contro i “compagni”; dall’altra Lima che risponde con tono da campagna elettorale già iniziata.
Entrambi contribuiscono a trasformare un gesto simbolico – qualunque esso sia – in un campo di battaglia identitario.
Intanto restano sullo sfondo le tragedie vere: Gaza, Kiev, il Sudan.
E resta sullo sfondo il fatto che Savona avrebbe problemi ben più concreti da affrontare: la mobilità, la crisi dei servizi, la gestione dei rifiuti, il commercio che langue, le periferie dimenticate.
Ma si sa: quando le città funzionano poco, la politica preferisce litigare sulle bandiere.
Perché i simboli fanno rumore, mentre i problemi veri fanno fatica.







