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Savona, 16 milioni per restaurare l’ex carcere di Sant’Agostino. Intanto nelle case popolari piove dentro

Da una parte il grande progetto di riqualificazione culturale, dall’altra famiglie costrette a convivere con infiltrazioni, allagamenti e palazzi che cadono a pezzi. Due notizie pubblicate nello stesso giorno raccontano meglio di tanti discorsi le contraddizioni di una città che sembra avere milioni per il futuro, ma fatica a trovare le risorse per rendere dignitoso il presente.

Ci sono coincidenze giornalistiche che valgono più di un lungo dibattito politico. Basta accostare due notizie per comprendere quanto possa essere profonda la distanza tra i grandi progetti delle istituzioni e i problemi quotidiani dei cittadini.
La prima riguarda l’ex carcere di Sant’Agostino, nel centro storico di Savona. La giunta comunale ha approvato la bozza del piano di valorizzazione del complesso, destinato a diventare un nuovo polo culturale. Un’operazione ambiziosa, articolata in due fasi, con un investimento complessivo stimato intorno ai 16 milioni di euro.
La seconda notizia riguarda invece le case popolari di Savona, dove le recenti piogge hanno riportato alla luce situazioni che definire preoccupanti è probabilmente un eufemismo.
Androni allagati, acqua che scende lungo le scale, infiltrazioni dai soffitti, muri deteriorati, serramenti che non tengono e famiglie costrette a sistemare secchi e catinelle per raccogliere l’acqua piovana.
Sedici milioni per trasformare un vecchio carcere in un centro culturale. E intanto c’è chi vive in una casa dove, quando piove, deve aprire l’ombrello.
Naturalmente è una provocazione, ma fino a un certo punto.

Sant’Agostino: il grande sogno culturale

Il progetto approvato dalla giunta Russo prevede il recupero e la valorizzazione dell’ex carcere, abbandonato da circa dieci anni.
La prima fase, dal costo stimato di circa 300 mila euro, dovrebbe consentire un utilizzo parziale degli spazi, in particolare del piano terra e del cortile, attraverso interventi di manutenzione e adeguamento.
La seconda fase, decisamente più impegnativa, prevede il restauro complessivo dell’edificio, il recupero delle facciate, la riqualificazione degli spazi interni e degli impianti.
Il complesso dovrebbe diventare un luogo destinato alla cultura, alle mostre, agli eventi e alle iniziative pubbliche.
Un progetto certamente interessante, che potrebbe restituire alla città un edificio storico importante.
Ma c’è un particolare che merita attenzione: per il completamento dell’intervento si parla di tempi che potrebbero arrivare fino a tredici anni, secondo quanto riportato dalla stampa, mentre il Comune punta ad accelerare.
Tredici anni. Un tempo nel quale un bambino diventa adulto, un’amministrazione comunale può cambiare più volte e una città può trasformarsi profondamente.
Eppure, ancora una volta, il grande progetto viene presentato come un’importante prospettiva di rilancio.
Non c’è nulla di sbagliato nel recuperare il patrimonio storico. Anzi, sarebbe auspicabile che edifici abbandonati tornassero finalmente a vivere.
Ma una città non è fatta soltanto di monumenti da restaurare. È fatta soprattutto di persone che devono poter vivere dignitosamente nelle proprie abitazioni.

Case popolari: la realtà che non entra nei rendering

Mentre per Sant’Agostino vengono mostrati rendering con cortili eleganti, spazi luminosi, giardini e sale espositive, nelle abitazioni popolari gestite da Arte la realtà appare decisamente meno rassicurante.
Il Sunia savonese, attraverso il segretario Silvio Aschero, ha denunciato una situazione di degrado che riguarda diversi edifici dell’edilizia residenziale pubblica.
Le segnalazioni arrivano da via Brescia, via Bruzzone, via Quintana a Legino, Albissola Superiore e altre zone.
In via Bruzzone 8, secondo quanto denunciato, le scale esterne si trasformano in un torrente quando piove.
In via Quintana 3, a Legino, si registrano allagamenti delle scale e del vano ascensore.
In largo Tissoni 8 vengono segnalati problemi analoghi.
Non parliamo di edifici storici da trasformare in musei, ma di abitazioni dove vivono famiglie, anziani e persone che spesso non hanno la possibilità economica di trovare una sistemazione alternativa.
Persone che pagano un affitto e che avrebbero diritto, prima di qualsiasi altra cosa, a una casa sicura e salubre.
Il sindacato denuncia una carenza strutturale di finanziamenti e chiede alla Regione Liguria, dalla quale dipende Arte, di destinare risorse adeguate alla manutenzione del patrimonio abitativo.
Viene inoltre sollecitata l’attuazione del piano casa nazionale, che avrebbe dovuto consentire interventi di recupero su migliaia di appartamenti.
E qui nasce la contraddizione.

Per la cultura milioni, per la manutenzione si cercano i soldi

Sia chiaro: i 16 milioni previsti per Sant’Agostino non sono necessariamente risorse disponibili per le case popolari. Si tratta di interventi diversi, con competenze amministrative e canali di finanziamento differenti.
La gestione dell’edilizia residenziale pubblica coinvolge soprattutto Arte e Regione Liguria, mentre il recupero dell’ex carcere segue un percorso istituzionale che comprende Comune, Agenzia del Demanio e Ministero della Cultura.
Sarebbe quindi scorretto sostenere che basti rinunciare a Sant’Agostino per risolvere automaticamente i problemi delle abitazioni popolari.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato utilizzare questa distinzione burocratica per evitare una riflessione politica.
Perché il problema non è soltanto dove si trovano i soldi. È quali problemi vengono considerati prioritari e quanta determinazione si mette nel risolverli.
Possibile che per immaginare nuovi poli culturali si riescano a mobilitare amministrazioni, ministeri, tecnici e progettisti, mentre per garantire abitazioni dignitose si debba continuare a parlare di mancanza di risorse?
Possibile che la manutenzione ordinaria, quella che dovrebbe prevenire infiltrazioni, allagamenti e deterioramento degli edifici, finisca troppo spesso per diventare un’emergenza?
E soprattutto: perché le istituzioni non riescono a costruire, intorno al diritto alla casa, la stessa attenzione politica e progettuale che dedicano alle grandi riqualificazioni?

Il paradosso di una città che vuole diventare più bella

L’amministrazione Russo ha fatto del rilancio culturale uno dei punti qualificanti della propria azione.
San Giacomo, Sant’Agostino e altri progetti vengono indicati come opportunità per ridare prestigio e attrattività alla città.
Tutto legittimo.
Ma il prestigio di una città non si misura soltanto dal numero di spazi espositivi, dai festival organizzati o dagli edifici storici recuperati.
Si misura anche dalle condizioni in cui vivono i suoi abitanti.
Una città dove gli anziani devono affrontare scale allagate, dove le famiglie convivono con infiltrazioni d’acqua e dove gli immobili pubblici si deteriorano per mancanza di manutenzione non può considerarsi davvero moderna soltanto perché inaugura nuovi contenitori culturali.
E non si tratta di un problema esclusivamente savonese.
È una contraddizione che attraversa molte amministrazioni italiane, di ogni colore politico.
Si trovano risorse per grandi progetti capaci di attirare attenzione, produrre comunicati stampa e offrire occasioni di visibilità, mentre la manutenzione quotidiana del patrimonio pubblico rimane spesso la parente povera della politica.
Eppure, per chi abita in un appartamento con il soffitto che perde acqua, la riparazione di un tetto vale probabilmente molto più di una nuova sala espositiva.

E i cittadini continuano a guardare

Come scrivevamo ieri, c’è anche un’altra questione che meriterebbe una riflessione.
Si scende in piazza per tanti motivi, spesso giustamente. Ma quando si tratta di pretendere strade sicure, ponti efficienti, abitazioni dignitose e manutenzione del territorio, la mobilitazione collettiva sembra molto più debole.
Naturalmente esistono comitati, sindacati e cittadini che protestano. La denuncia del Sunia ne è una dimostrazione.
Ma manca spesso una reazione più ampia, capace di trasformare questi problemi in una vera priorità politica.
Forse perché ci siamo abituati a considerare inevitabile ciò che inevitabile non dovrebbe essere.
Oppure perché siamo diventati troppo disponibili a lasciarci rassicurare da annunci, video istituzionali e immagini suggestive di una città futura, dimenticando quella reale.
Una città dove si progettano cortili culturali elegantissimi, mentre in altri cortili, quelli delle case popolari, l’acqua continua a entrare.

La vera riqualificazione comincia dalle persone

Non chiediamo di abbandonare Sant’Agostino, né di rinunciare alla cultura.
Chiediamo qualcosa di molto più semplice: che la stessa determinazione utilizzata per progettare grandi trasformazioni venga impiegata anche per risolvere i problemi essenziali dei cittadini.
Che Comune e Regione, pur nelle rispettive competenze, facciano sentire il proprio peso per ottenere finanziamenti e interventi concreti.
Che alla presentazione dei grandi progetti si accompagni un programma altrettanto visibile, verificabile e finanziato per la manutenzione delle abitazioni pubbliche.
E che il diritto a vivere in una casa dignitosa non venga trattato come una questione secondaria.
Perché alla fine il confronto tra le due notizie racconta un paradosso difficile da ignorare.
A Sant’Agostino si progettano spazi luminosi per ammirare opere d’arte. Nelle case popolari c’è chi deve mettere i secchi sotto il soffitto per raccogliere la pioggia.
Forse, prima di preoccuparci di rendere più belli i luoghi della cultura, dovremmo preoccuparci di rendere abitabili quelli in cui vivono le persone.
Perché una città che restaura i propri monumenti ma lascia deteriorare le case dei cittadini rischia di diventare un bellissimo museo. Con un piccolo problema: chi ci abita continua a vivere tra le infiltrazioni.

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