Da settimane circola nei corridoi della politica savonese una voce che ormai ha smesso di essere un semplice sussurro: il Partito Democratico starebbe seriamente valutando di non ricandidare Marco Russo. Non una boutade da bar, ma un’ipotesi che prende corpo tra sondaggi interni, malumori diffusi e un consenso che, a sentire gli stessi militanti, appare tutt’altro che solido.
Le risposte raccolte tra chi il Pd lo vive ogni giorno sono emblematiche. I più ottimisti parlano di una vittoria stiracchiata, quasi per inerzia. I più disillusi, invece, non usano giri di parole: senza un avversario debole, Russo è dato per perdente. E quando la base inizia a ragionare così, significa che qualcosa si è rotto.
Ma il punto politico più interessante – e anche più preoccupante – è un altro: non sarebbe il Pd savonese, già di per sé fragile e privo di una vera guida, a spingere per il cambio. La partita si starebbe giocando a Genova. Ancora una volta. Ancora una volta Savona rischia di scoprire che le decisioni vere arrivano da fuori, come se fosse una succursale amministrativa e non una città con una propria dignità politica.
Paradossalmente, in questo caso, qualcuno potrebbe persino considerarla una buona notizia. Perché il giudizio sulla giunta Russo, al di là delle appartenenze, resta pesante. Promesse tante, risultati pochi, e una città che fatica a trovare una direzione chiara.
E qui entra in scena l’altro nome che aleggia: Roberto Arboscello. Uomo di apparato, ben inserito nei meccanismi regionali, dato da molti come possibile candidato. Un’ipotesi che, sulla carta, potrebbe anche garantire la vittoria. Ma la domanda vera è un’altra: a quale prezzo?
Perché se Russo ha deluso per immobilismo, Arboscello rischia di farlo per eccesso di politica “calata dall’alto”. E i precedenti non tranquillizzano. La scelta di puntare su figure “di fiducia”, come nel caso di Carcare, ha lasciato più di una perplessità. Il rischio è quello di sostituire un problema con un altro, cambiando il volto ma non il metodo.
Nel frattempo, il quadro generale resta sconfortante. Un centrodestra che non entusiasma e una sinistra che continua a muoversi a zig-zag, come dimostra la posizione ondivaga sul tema del rigassificatore: un giorno contrari, il giorno dopo possibilisti, poi di nuovo in retromarcia. Una politica che sembra più impegnata a non scontentare nessuno che a prendere decisioni.
Savona, però, non ha bisogno né di equilibrismi né di giochi di corrente. Ha bisogno di una visione, di coraggio, e soprattutto di una classe dirigente che risponda alla città, non alle segreterie.
Altrimenti, cambieranno pure i nomi, ma il copione resterà sempre lo stesso. E a perderci, come sempre, saranno i savonesi.






