È stato pubblicato sul sito di ARLIR l’avviso esplorativo per raccogliere manifestazioni di interesse finalizzate alla realizzazione e all’affidamento in concessione dell’impianto di chiusura del ciclo dei rifiuti in Liguria. Un passaggio che la Regione presenta come decisivo per garantire l’autosufficienza nel trattamento dei rifiuti urbani, ma che solleva più di un interrogativo sul modello scelto e sulle reali alternative messe in campo.
Un bando “aperto”, ma con una strada già tracciata
A leggere con attenzione l’avviso emerge un dato politico tutt’altro che secondario: tutto passa in mano ai privati. Saranno infatti i soggetti economici interessati a presentare non solo il progetto dell’impianto, ma anche il sito prescelto, preferibilmente tra quelli individuati dallo studio RINA.
Un’impostazione che, nei fatti, consegna ai concessionari – con IREN indicata da molti come favorita – un ruolo centrale nella definizione delle scelte strategiche. Viene spontaneo chiedersi perché amministratori, assessori e consiglieri regionali si siano spesi tanto negli anni su questo tema per poi lasciare progetto e localizzazione interamente nelle mani dei privati.
Il coinvolgimento delle amministrazioni locali è formalmente previsto e il loro assenso sarà indispensabile, ma solo dopo la conclusione della fase esplorativa. Un dettaglio non marginale, che alimenta l’impressione diffusa che la partita sia già ampiamente indirizzata e che la procedura serva più a “far digerire” un inceneritore che a valutare seriamente opzioni alternative.
Resta inoltre aperta una questione tutt’altro che secondaria: basterà l’assenso del solo Comune ospitante o sarà necessario coinvolgere anche i territori limitrofi? L’inquinamento non conosce confini amministrativi, e aria e vento sono ottimi veicoli di trasporto per gli elementi inquinanti.
Le dimensioni dell’impianto e il nodo Scarpino
Il bando prevede una capacità minima di 220 mila tonnellate annue, con la possibilità di arrivare fino a 320 mila tonnellate qualora vengano dimostrate sinergie con i rifiuti speciali liguri oggi destinati alla discarica o spediti fuori regione. Numeri che presuppongono un flusso costante e garantito di rifiuti per rendere economicamente sostenibile l’investimento.
In questo quadro rientra anche l’area di Scarpino, con il Comune di Genova chiamato a esprimersi. Nella maggioranza guidata dalla sindaca Silvia Salis, però, le posizioni non sono univoche: Avs e Movimento 5 Stelle ribadiscono da sempre il loro no a un termovalorizzatore.
Proprio Salis ha recentemente dichiarato di aver incaricato una società internazionale di realizzare uno studio indipendente per affrontare in modo scientifico, numeri alla mano, i nodi mai risolti. Solo dopo la conclusione di questo studio verrà presa una decisione. Un passaggio che rende tutt’altro che scontata la collocazione dell’impianto a Scarpino e che mantiene la Val Bormida pienamente nel novero delle ipotesi possibili.
Le rassicurazioni della Regione non bastano
Vale la pena ricordare un dato spesso rimosso dal dibattito pubblico: un inceneritore non fa sparire i rifiuti. Circa il 30% del materiale trattato resta sotto forma di ceneri e scorie da smaltire come rifiuti speciali. La legge di conservazione della massa non è un’opinione.
Chi invoca il “buon senso”, come l’assessore Giacomo Giampedrone, dovrebbe allora porsi una domanda semplice ma decisiva: vogliamo continuare a bruciare rifiuti o vogliamo finalmente allinearci a quelle regioni europee che questa fase l’hanno già superata?
Ridurre, differenziare, trattare: questa è la strada.
Bruciare è solo un modo costoso e superato di rimandare il problema.






