Lo chiamano “potenziamento infrastrutturale”, “modernizzazione della linea”, “sviluppo strategico per la Liguria”. Ma per chi vive tra Finale e Andora il raddoppio della ferrovia spostato a monte ha un altro nome: incubo annunciato.
Il progetto, che da anni riemerge ciclicamente come una promessa salvifica, continua a sollevare dubbi, critiche e opposizioni. Non solo da parte dei comitati territoriali e delle associazioni ambientaliste, ma anche da amministrazioni comunali che – seppur in ritardo – iniziano a rendersi conto di cosa significhi davvero scavare una nuova ferrovia nell’entroterra più fragile del Ponente ligure.
Sindaci distratti (o consenzienti)
Uno dei nodi più inquietanti è politico prima ancora che tecnico: molti sindaci hanno votato il progetto senza nemmeno avere in mano la Valutazione di Impatto Ambientale. Un atto che rasenta la leggerezza istituzionale, se non qualcosa di peggio.
Eppure la legge è chiarissima: il sindaco è il primo garante della salute pubblica. Dovrebbe quindi preoccuparsi delle falde acquifere, della qualità dell’aria, del consumo di suolo, della stabilità idrogeologica. Invece troppo spesso si limita ad alzare la mano in conferenza dei servizi, fidandosi delle slide di RFI e dei mantra ministeriali.
Fa eccezione Pietra Ligure, che ha chiesto modifiche sostanziali al progetto e ha persino messo in discussione l’utilità della nuova fermata prevista al confine con Tovo e Giustenice: una stazione inutile, piazzata in mezzo al nulla, ma con un impatto enorme in termini di opere accessorie, strade, parcheggi, sbancamenti.
Cantieri eterni e montagne bucate
Chi ha memoria dei cantieri del raddoppio tra Varazze e Finale sa bene di cosa si parla: anni di scavi, camion, polveri, rumore, vibrazioni, discariche temporanee trasformate in permanenti, promesse di ripristino mai mantenute.
Il tratto Finale-Andora rischia di essere anche peggio. Si parla di decine di chilometri di gallerie, milioni di metri cubi di materiale da smaltire, nuove strade di servizio nell’entroterra, aree di deposito che diventano cicatrici permanenti sul paesaggio.
In una Liguria già devastata da frane, alluvioni e consumo di suolo, l’idea di “bucare” montagne carsiche, intercettare falde e alterare equilibri geologici millenari non sembra esattamente una strategia prudente.
Patrimonio sacrificabile
Il Wwf lo dice da anni: lungo il tracciato a monte si trovano siti archeologici, grotte preistoriche, insediamenti romani, chiese medievali, ville storiche, paesaggi agricoli di pregio. Un patrimonio che ufficialmente viene elencato nei documenti preliminari, ma poi scompare magicamente quando si entra nella fase operativa.
È la solita logica delle grandi opere: tutto è sacrificabile in nome della “velocità”, anche se poi i treni regionali continuano ad accumulare ritardi e il trasporto merci su rotaia resta marginale.
Ma serve davvero?
Ed è qui la domanda più scomoda, quella che nessuno ama fare: serve davvero questo raddoppio?
Perché se l’obiettivo è migliorare il servizio ai pendolari, basterebbero investimenti sulla linea esistente, sul materiale rotabile, sulle coincidenze. Se l’obiettivo è il trasporto merci, allora il problema non è la costa ma i collegamenti con i porti e l’entroterra produttivo. Se l’obiettivo è “fare girare soldi”, allora il discorso cambia, ma almeno si abbia il coraggio di dirlo.
In un’epoca in cui si parla continuamente di transizione ecologica, tutela del territorio e stop al consumo di suolo, il raddoppio a monte tra Finale e Andora sembra l’ennesimo progetto figlio del Novecento: gigantesco, costoso, impattante e deciso senza un vero confronto pubblico.
La grande opera invisibile
Forse il problema più grave non è nemmeno l’opera in sé, ma il metodo. Un progetto atteso da decenni, miliardario, capace di cambiare per sempre il volto del Ponente ligure, non è mai stato spiegato seriamente ai cittadini. Nessun vero dibattito pubblico, nessun referendum consultivo, nessuna assemblea diffusa.
Solo documenti tecnici, conferenze dei servizi e comunicati rassicuranti. Finché non arrivano i cantieri. E a quel punto è sempre troppo tardi.
Il raddoppio della ferrovia rischia così di diventare l’ennesimo esempio di infrastruttura imposta dall’alto: una di quelle opere che si fanno “per il bene di tutti”, ma che i costi – ambientali, sociali, paesaggistici – li fanno pagare sempre agli stessi territori. E agli stessi cittadini.






