Raccolta rifiuti a Savona: il vero fallimento è la perdita di fiducia

Ogni volta che a Savona si parla di rifiuti, parte lo stesso ritornello: la colpa è dei cittadini. Sono maleducati, non fanno la raccolta differenziata, lasciano i sacchi dove capita, non rispettano gli orari.

È una spiegazione semplice. Troppo semplice. E soprattutto utile a non affrontare il vero problema.

La domanda da porsi è un’altra: perché è scomparso il senso civico di una parte della popolazione che ha smesso di collaborare?

La risposta è scomoda ma evidente: perché si è rotto il rapporto di fiducia tra amministrazione e cittadini.

Ogni comunità funziona sulla base di un patto non scritto. L’amministrazione organizza servizi efficienti, chiari e razionali; i cittadini collaborano rispettando le regole. Quando il primo anello della catena si spezza, inevitabilmente anche il secondo si indebolisce.

È quello che sta accadendo a Savona.

Esiste un principio giuridico tanto antico quanto attuale: quello del buon padre di famiglia. Significa amministrare con prudenza, buon senso, attenzione e responsabilità, come farebbe chi gestisce il patrimonio della propria famiglia.

Ora proviamo a immaginare una famiglia.

Il padre cambia continuamente organizzazione della casa, impone regole complicate, non ascolta nessuno, spende denaro senza ottenere risultati, e quando tutto va male accusa i figli di essere incapaci.

Chi lo definirebbe un buon padre di famiglia?

Probabilmente nessuno.

Ed è esattamente la sensazione che molti savonesi provano osservando la gestione del servizio rifiuti.

Si sono susseguite modifiche, sperimentazioni, nuove modalità di raccolta, mastelli, isole ecologiche, campagne informative, promesse di miglioramento. Ma il risultato, almeno quello visibile per strada, racconta un’altra storia.

Sacchi accatastati.

Mastelli sporchi e maleodoranti.

Gabbiani che banchettano tra i rifiuti.

Topi che ormai fanno parte del paesaggio urbano.

Perfino i cinghiali che, di notte, rovistano tranquillamente tra l’immondizia.

Se questo è il risultato di un servizio definito moderno, allora qualcosa non torna.

Attenzione: non significa assolvere chi abbandona i rifiuti o si comporta in modo incivile.

Chi sporca deliberatamente la città sbaglia e va sanzionato.

Ma trasformare l’eccezione nella regola è un errore ancora più grave.

Un servizio progettato bene rende facile comportarsi correttamente. Un servizio progettato male rende difficile perfino fare la cosa giusta.

Quando i cittadini iniziano a percepire che il sistema non funziona, nasce la rassegnazione. E la rassegnazione è il peggior nemico del senso civico.

Per questo il problema di Savona non è soltanto tecnico.

È culturale.

È amministrativo.

È politico.

È la perdita di credibilità delle istituzioni.

Naturalmente anche i cittadini devono fare la loro parte. Una città non si cambia limitandosi a fotografare i sacchi sui social o a lamentarsi al bar. Il rispetto delle regole resta un dovere di tutti.

Ma partecipare non significa accettare qualsiasi decisione senza discuterla. Significa pretendere servizi migliori, chiedere trasparenza, controllare come vengono spesi i soldi pubblici e avere il coraggio di dire quando un modello non funziona.

Perché continuare a difendere l’indifendibile non migliora la raccolta differenziata.

Migliora soltanto le statistiche dei comunicati stampa.

La città, invece, continua a raccontare un’altra verità.

E quella verità ha l’odore dei mastelli lasciati per giorni al sole, dei sacchi accumulati sui marciapiedi e di un degrado che non può più essere liquidato con la solita frase: “È colpa dei cittadini.”

No. Quando un sistema fallisce in modo così evidente, la prima responsabilità ricade sempre su chi quel sistema lo ha progettato, organizzato e difeso. Il senso civico dei cittadini è fondamentale, ma non può sostituire una gestione pubblica efficiente. Una città ben amministrata rende più facile comportarsi bene; una città amministrata male finisce invece per alimentare disordine, sfiducia e rassegnazione.

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