
Oggi il rapporto sembra essersi rovesciato.
Non sono più soltanto gli imprenditori a cercare i politici: sempre più spesso sono i politici a cercare gli imprenditori. Li chiamano, li incontrano nei loro uffici, partecipano a cene, ricevimenti e gite in barca. Non per discutere soltanto di sviluppo, lavoro e futuro del territorio, ma perché una campagna elettorale costa, perché servono risorse, relazioni, sostegni, visibilità.
Ed è qui che si misura la crisi profonda della politica.
Una politica che dipende da chi ha soldi da investire perde inevitabilmente una parte della propria libertà. Magari nessuno chiede nulla in modo esplicito, magari tutto avviene nel rispetto delle regole e con finanziamenti dichiarati. Ma il problema resta: chi finanzia una campagna elettorale difficilmente è un soggetto disinteressato. E chi riceve quei finanziamenti, anche senza volerlo, può trovarsi condizionato nelle scelte future.
Non serve immaginare complotti o scambi illeciti. Basta osservare il meccanismo. Se per essere eletti bisogna disporre di grandi mezzi economici, il candidato più libero non è sempre quello più preparato o più coraggioso: è quello che riesce a trovare gli appoggi giusti. E allora il cittadino, che dovrebbe essere il vero datore di lavoro del politico, rischia di diventare l’ultimo della fila.
La politica con la P maiuscola non era quella immune da errori, clientele o ambizioni personali. Era però una politica capace almeno di dire no ai poteri forti, di imporre regole, di scegliere nell’interesse della comunità anche quando ciò disturbava qualche imprenditore influente.
Oggi, invece, troppo spesso sembra accadere il contrario: il politico non guida più, rincorre. Non decide, tratta. Non rappresenta, cerca sponsor.
E quando la politica smette di contare, a contare sono altri.
