Dalla vicepresidenza di Palazzo Nervi alla partita decisiva per TPL, passando per acqua e rifiuti. Il sindaco di Cisano sul Neva rivendica il lavoro svolto e denuncia il veto di una parte dei Democratici. Ma dietro l’esclusione si nasconde una domanda: nel PD savonese contano più le competenze o gli equilibri interni?
C’è qualcosa di politicamente paradossale, e forse persino di autolesionistico, in quello che sta accadendo nel Partito Democratico savonese alla vigilia delle elezioni provinciali del 22 novembre.
Massimo Niero, sindaco di Cisano sul Neva, già vicepresidente della Provincia, amministratore di lunga esperienza e protagonista di alcune delle più importanti partite politiche degli ultimi anni, sarebbe stato fermato da una parte del suo stesso partito perché giudicato «troppo moderato».
Non perché abbia amministrato male. Non perché siano emersi particolari scandali. Non perché qualcuno abbia pubblicamente contestato i risultati del suo lavoro.
Almeno per quanto risulta dalle motivazioni finora emerse, il problema sarebbe un altro: Niero dialoga troppo con i moderati.
Una colpa curiosa per un partito che, quando si tratta di vincere le elezioni, non perde occasione per invocare il campo largo, le alleanze, il dialogo con i civici e la necessità di andare oltre i tradizionali confini politici.
Evidentemente, a Savona il campo largo funziona fino a quando qualcuno non prova davvero ad allargarlo.
Niero, quello che il PD aveva voluto vicepresidente della Provincia
Per capire quanto sia singolare questa vicenda bisogna tornare al gennaio 2023.
La Provincia di Savona era reduce da un’elezione che aveva visto la riconferma di Pierangelo Olivieri, sostenuto anche da una parte significativa del centrosinistra, nonostante la sua provenienza politica dall’area di centrodestra.
Un’operazione trasversale, che aveva provocato forti tensioni soprattutto tra i partiti del centrodestra.
In quel contesto Massimo Niero venne nominato vicepresidente della Provincia, con delega alle società partecipate.
Era il marzo 2023 quando furono ufficializzate le deleghe: Niero alle partecipate, Marisa Ghersi al trasporto pubblico, Maria Adele Taramasso all’edilizia scolastica e alle energie rinnovabili.
Non si trattava certo di incarichi secondari. Erano alcune delle materie più delicate per il futuro del territorio savonese.
E allora viene spontanea una domanda.
Come mai nel 2023 il dialogo con amministratori di orientamento diverso era considerato una virtù politica, mentre nel 2026 diventa una ragione per impedire a Niero di candidarsi?
È cambiato Niero oppure sono cambiati gli equilibri all’interno del PD?
Acqua, rifiuti e trasporto pubblico: il lavoro che oggi qualcuno sembra dimenticare
Niero non è stato soltanto un vicepresidente di rappresentanza.
Nella sua esperienza a Palazzo Nervi ha seguito le questioni delle società partecipate e si è impegnato, come lui stesso rivendica, per la costruzione di una gestione territoriale più coordinata dei servizi pubblici.
Tre soprattutto i settori sui quali richiama l’attenzione: acqua, rifiuti e trasporto pubblico.
La nascita di un ambito unico per il servizio idrico, il coordinamento della gestione dei rifiuti e il futuro del trasporto pubblico provinciale sono questioni che coinvolgono direttamente tutti i Comuni, dai centri costieri ai piccoli paesi dell’entroterra.
Naturalmente, il fatto di essersi impegnato su questi dossier non significa che tutti i problemi siano stati risolti. La gestione dell’acqua, le difficoltà di TPL e le controversie sui rifiuti dimostrano quanto lavoro rimanga ancora da fare.
Ma una cosa è discutere criticamente i risultati, altra cosa è liquidare un amministratore con un’etichetta politica.
Se Niero ha commesso errori, il PD dovrebbe indicarli. Se ha gestito male qualche partita, dovrebbe spiegarlo. Se esiste una valutazione negativa del suo operato, sarebbe interessante conoscerla.
Al momento, invece, il motivo riferito pubblicamente è quello della sua eccessiva moderazione.
Una motivazione che, da sola, appare piuttosto debole.
Il capolavoro politico di TPL: quando i voti dei moderati facevano comodo
C’è poi un episodio che rende la vicenda ancora più interessante.
La partita per la presidenza di TPL Linea.
Secondo quanto ricostruito dalla stampa locale, Niero ebbe un ruolo decisivo nell’elezione di Serena Lancione, sostenuta dal centrosinistra.
Fu proprio il sindaco di Cisano a ottenere la delega di voto da Marco Melgrati, sindaco di Alassio ed esponente del centrodestra, contribuendo in modo determinante all’affermazione della candidata sostenuta dal PD.
Un’operazione politica tutt’altro che banale.
Niero riuscì a fare esattamente quello che un partito dovrebbe chiedere a un amministratore esperto: costruire rapporti, ottenere consensi anche fuori dal proprio schieramento e raggiungere un obiettivo politico.
In quella circostanza i voti provenienti dal centrodestra non sembravano affatto scandalosi.
Anzi, erano utilissimi.
Oggi, invece, la capacità di dialogare con lo stesso mondo moderato viene indicata come un possibile motivo di esclusione.
Quando i moderati votano come vuole il PD sono alleati preziosi. Quando un esponente del PD dialoga con loro, rischia di diventare troppo moderato.
Una coerenza politica davvero difficile da comprendere.
Eppure Niero ha fatto anche opposizione al centrodestra
C’è un altro particolare che merita di essere ricordato.
Niero non ha trascorso gli ultimi anni limitandosi a cercare accordi trasversali.
Nel luglio 2026, insieme ai consiglieri provinciali Marisa Ghersi, Marco Lima e Rodolfo Mirri, ha presentato un’interrogazione sulla situazione di TPL Linea e sui ritardi nel rinnovo del consiglio di amministrazione.
Un’iniziativa dai contenuti tutt’altro che accomodanti.
I consiglieri contestavano alla Provincia una gestione delle nomine condizionata, a loro giudizio, dagli equilibri del centrodestra, denunciando il rischio di emarginare il Comune di Savona dalla governance dell’azienda.
Chiedevano inoltre chiarimenti sulle quote versate dai soci pubblici, sui criteri di rappresentanza e sull’effettivo ruolo della Provincia nel coordinamento del servizio.
Insomma, quando c’era da contestare politicamente il centrodestra, Niero non risultava affatto assente.
E allora l’accusa di essere troppo moderato diventa ancora più difficile da interpretare.
Forse il problema non è il moderatismo in sé, ma il fatto che Niero abbia costruito una propria rete di rapporti e un’autonomia politica non sempre facilmente controllabile dalle segreterie.
È un’ipotesi, naturalmente, non un fatto accertato. Ma è una domanda che la vicenda rende legittima.
Da possibile candidato vincente a indesiderato: cosa è successo in pochi giorni?
La cronologia delle ultime settimane è illuminante.
Il 15 ottobre Niero figurava tra i nomi proposti con maggiore insistenza per la presidenza della Provincia. La sua capacità di raccogliere consensi anche tra amministratori moderati veniva considerata un possibile punto di forza.
Il 28 ottobre la sua candidatura appariva ancora tra le più probabili. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, proprio la possibilità di conquistare voti nel Ponente avrebbe potuto renderlo un avversario temibile per Mauro Demichelis.
Poi, nel giro di pochissimi giorni, tutto cambia.
Dopo i passi indietro di Riccardo Tomatis e Fabio Gilardi, e dopo che erano circolati anche i nomi di Rodolfo Mirri e Osvaldo Geddo, la scelta del centrosinistra cade su Gianluca Nasuti, sindaco di Albissola Marina.
Una candidatura del tutto legittima, naturalmente.
Ma è il trattamento riservato a Niero a lasciare perplessi.
Non viene scelto come presidente, ma gli viene prospettata la possibilità di candidarsi come consigliere provinciale.
La sua risposta è durissima:
«Ho rifiutato di candidarmi per il consiglio: non vado bene come presidente e poi mi vogliono come consigliere? Non ci sto».
E aggiunge di essere profondamente amareggiato per quello che definisce un veto di una parte dei Democratici.
Attenzione, dunque: Niero non è stato formalmente escluso da ogni candidatura. È stato lui a rifiutare il posto in lista dopo essere stato scartato per la presidenza.
Una distinzione importante, che però non cancella il problema politico.
Il paradosso Beltrame: il moderato non va bene, chi passa con il centrodestra sì?
A rendere ancora più complicato il quadro c’è il caso di Marco Beltrame, sindaco di Celle Ligure.
Beltrame è stato eletto con il sostegno del centrosinistra e nella sua giunta siedono anche assessori iscritti al PD.
Eppure, alle provinciali, ha deciso di schierarsi con Mauro Demichelis, candidato del centrodestra.
Una scelta che evidenzia quanto siano fragili gli attuali equilibri politici savonesi.
Da una parte un amministratore del PD viene considerato troppo moderato per guidare la coalizione. Dall’altra un sindaco sostenuto dai Democratici sceglie apertamente il candidato avversario.
E il PD che cosa fa?
Riesce a trovare un veto per Niero, ma non sembra altrettanto capace di tenere insieme il proprio mondo amministrativo.
Il rischio è che, mentre le segreterie discutono di identità e appartenenza, gli avversari raccolgano i voti di quegli amministratori che il centrosinistra non riesce più a rappresentare.
Il vero problema: chi ha deciso il veto e perché?
Niero parla di una parte dei Democratici. Ma quale?
Chi ha sostenuto che fosse troppo moderato? Quali argomenti sono stati portati contro la sua candidatura? E soprattutto, quali valutazioni sono state fatte sulle sue possibilità di conquistare voti anche fuori dal centrosinistra?
Sono domande alle quali il PD savonese dovrebbe rispondere.
Perché la scelta di Gianluca Nasuti può essere assolutamente rispettabile, ma una scelta politica dovrebbe essere spiegata, soprattutto quando comporta la rottura con un amministratore che ha ricoperto incarichi importanti.
Non basta dire che un candidato è più adatto di un altro.
Bisognerebbe spiegare perché.
Anche perché le elezioni provinciali non sono elezioni ordinarie: votano sindaci e consiglieri comunali, non direttamente i cittadini.
In una competizione di secondo livello, i rapporti personali, la credibilità amministrativa e la capacità di dialogare oltre gli schieramenti possono risultare decisivi.
Proprio le caratteristiche che, fino a pochi giorni fa, sembravano rendere Niero un candidato competitivo.
Il PD rischia di perdere più di una candidatura
La vicenda lascia sul tavolo un interrogativo che va oltre la persona di Massimo Niero.
Il Partito Democratico savonese vuole costruire una coalizione capace di vincere oppure preferisce una coalizione nella quale nessuno metta in discussione gli equilibri interni?
Perché sono due cose molto diverse.
Si può certamente decidere che Niero non sia il candidato migliore. Si possono preferire altri profili, altre sensibilità, altre strategie.
Ma allora sarebbe opportuno confrontarsi sui programmi, sui risultati e sulle prospettive amministrative.
Non limitarsi a un giudizio di eccessivo moderatismo.
C’è anche un elemento di ironia politica: il PD ha sostenuto in passato un presidente della Provincia proveniente dal centrodestra, Pierangelo Olivieri, ma oggi una parte dello stesso partito considererebbe troppo moderato un proprio amministratore.
Con Olivieri il dialogo trasversale era una strategia. Con Niero rischia di diventare un difetto.
Nel frattempo il centrodestra ha trovato il proprio candidato, Mauro Demichelis, e prova a presentarsi compatto, pur con tutte le tensioni che hanno accompagnato la composizione delle liste.
Il centrosinistra, invece, arriva al voto con un candidato finalmente individuato, ma anche con una frattura politica che forse si sarebbe potuta evitare.
E a pochi mesi dalle amministrative del 2027, quando si voterà anche in Comuni importanti della provincia, non sembra esattamente il momento migliore per moltiplicare gli scontenti.
La domanda finale: il PD ha bocciato Niero o ha bocciato il proprio passato?
Massimo Niero non è un amministratore al di sopra delle critiche. Nessuno lo è.
Anche il suo operato alla Provincia può e deve essere giudicato, soprattutto su questioni complesse come le società partecipate, l’acqua, i rifiuti e il trasporto pubblico.
Ma sarebbe auspicabile che il giudizio arrivasse da un confronto sui fatti.
Perché, altrimenti, il messaggio che passa è piuttosto singolare: puoi lavorare per anni, ricoprire la vicepresidenza, costruire accordi utili al partito, contribuire a eleggere i suoi candidati e fare opposizione quando necessario.
Poi, al momento di scegliere il candidato presidente, qualcuno può decidere che sei diventato troppo moderato.
E tutto quello che hai fatto passa in secondo piano.
Forse Niero non era il candidato giusto. Forse Nasuti riuscirà a ottenere un risultato migliore. Saranno le urne del 22 novembre a fornire almeno una prima risposta politica.
Ma una domanda rimane.
Se il PD considera un problema la capacità di dialogare con chi non la pensa allo stesso modo, come pensa di costruire quel campo largo che continua a invocare?
Perché a forza di mettere veti ai moderati, il rischio è di ritrovarsi con un campo talmente stretto da non riuscire più a vincere neppure le partite che si potevano giocare.
E magari, dopo le elezioni, qualcuno convocherà l’ennesima riunione per capire dove siano finiti i voti.
Senza accorgersi che una parte potrebbe averla allontanata proprio il partito.
