
C’è una singolare caratteristica della politica italiana: riesce a essere quasi unanimemente d’accordo sulla necessità di una riforma, salvo poi impiegare anni, talvolta decenni, per realizzarla.
È il caso delle Province, protagoniste della 39ª assemblea nazionale dell’UPI, svoltasi il 19 e 20 ottobre a Imperia, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, di rappresentanti del Governo e di centinaia di amministratori locali.
Il giudizio è sostanzialmente condiviso: la riforma Delrio del 2014 ha lasciato le Province in una condizione istituzionale incompiuta. Dovevano essere ridimensionate in attesa di una revisione costituzionale che avrebbe dovuto eliminarle dall’ordinamento. Ma il referendum del 2016 bocciò quella revisione e le Province rimasero al loro posto, con meno risorse, meno personale e soprattutto senza l’elezione diretta dei loro amministratori.
Dodici anni dopo, siamo ancora qui a discuterne.
Le Province non sono state abolite. È stato abolito il diritto dei cittadini di scegliere direttamente chi le governa.
Meloni apre, Zangrillo rinvia
Nel messaggio inviato all’assemblea, Giorgia Meloni ha riconosciuto la necessità di superare l’incertezza che caratterizza le Province, invitando il Parlamento a valutare le proposte di modifica della legge Delrio.
Un’apertura politica importante, ma ancora lontana da un impegno legislativo preciso.
Il ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo è stato persino più esplicito: bisogna tornare all’elezione diretta dei presidenti e dei consiglieri provinciali, restituendo agli enti competenze, personale e risorse.
Poi, però, è arrivata la precisazione che ridimensiona gli entusiasmi: la riforma sarà molto probabilmente affrontata nella prossima legislatura.
E viene spontanea una domanda: se la necessità della riforma è così evidente e condivisa, perché non è stata affrontata seriamente durante questa legislatura?
Non si tratta di un problema scoperto ieri. Sono anni che amministratori, associazioni e rappresentanti istituzionali denunciano le contraddizioni della legge Delrio.
Il presidente dell’UPI, Enzo Lattuca, ha annunciato che all’inizio della prossima legislatura verrà presentata una proposta di legge, con la richiesta di approvarla entro il primo anno.
Nel frattempo, l’UPI chiede già nella prossima manovra finanziaria maggiori risorse per scuole, strade, ponti e gallerie.
Mattarella e il rischio di una riforma mai completata
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, intervenendo a Imperia, ha richiamato l’attenzione su un aspetto fondamentale: prolungare questa situazione significa rischiare una progressiva frammentazione delle funzioni provinciali, con competenze diverse da Regione a Regione.
Non è soltanto un problema di organizzazione amministrativa, ma di coerenza istituzionale e di efficienza dei servizi pubblici.
Le Province continuano a essere responsabili di settori importanti per la vita quotidiana, come la manutenzione delle strade provinciali, l’edilizia scolastica superiore e la pianificazione territoriale.
Quando una strada è dissestata, quando un ponte necessita di interventi urgenti o quando una scuola presenta problemi strutturali, ai cittadini interessa poco sapere quale riforma abbia ridotto le risorse dell’ente competente.
Vogliono risposte.
Ma per pretendere responsabilità occorre innanzitutto individuare con chiarezza chi deve rispondere delle decisioni.
La Liguria e il problema delle competenze
All’assemblea di Imperia, Claudio Scajola, presidente della Provincia ospitante, ha sollecitato anche la Regione Liguria a trasferire maggiori deleghe agli enti provinciali.
La questione merita attenzione.
Perché il riordino delle Province non può limitarsi al ripristino delle elezioni dirette. Occorre stabilire quali funzioni debbano esercitare, quali risorse ricevere e quali responsabilità assumere.
Altrimenti si rischia di ricostruire un livello politico senza dotarlo degli strumenti necessari per amministrare.
E sarebbe altrettanto sbagliato trasformare la riforma nell’occasione per moltiplicare incarichi, indennità, strutture e apparati.
La priorità deve essere restituire efficienza ai servizi, non ricostruire nuove poltrone.
La vera sfida è trovare un equilibrio: Province sufficientemente forti per svolgere i propri compiti, ma organizzate in modo da evitare sovrapposizioni con Comuni e Regioni.
Savona, il paradosso delle elezioni del 22 novembre
Mentre a Imperia si invoca il ritorno della democrazia diretta, nella vicina Savona ci si prepara a rinnovare presidente e Consiglio provinciale il prossimo 22 novembre.
La data è ufficiale, stabilita con decreto del 13 ottobre. Ma a votare non saranno i cittadini: saranno esclusivamente sindaci e consiglieri comunali, secondo il sistema elettorale di secondo livello previsto dalla legge Delrio.
Gli elettori savonesi assisteranno alla scelta del nuovo presidente della Provincia senza poter esprimere direttamente la propria preferenza.
Nel centrodestra il nome maggiormente accreditato è quello del sindaco di Andora Mauro Demichelis, mentre tra le possibili alternative figura Angelo Berlangieri, sindaco di Finale Ligure. Nel centrosinistra sono emerse le ipotesi di Massimo Niero e Riccardo Tomatis.
Sono candidature e orientamenti politici, non ancora un risultato elettorale.
Un meccanismo perfettamente legittimo, perché previsto dalla legge, ma che lascia aperto un problema di rappresentanza democratica.
Il cittadino può scegliere il proprio sindaco, ma non il presidente della Provincia, pur essendo quest’ultimo chiamato ad assumere decisioni che riguardano l’intero territorio.
E non è una questione secondaria.
Basti pensare alle difficoltà della viabilità savonese, alla gestione delle infrastrutture, al trasporto pubblico e alle responsabilità che coinvolgono la Provincia in settori fondamentali.
Chi governa un ente con queste competenze dovrebbe poter ricevere un mandato diretto dagli elettori e rispondere politicamente del proprio operato.
Una novità parlamentare che dimostra quanto il problema sia conosciuto
C’è anche un particolare interessante emerso dalla ricerca delle ultime iniziative parlamentari.
Il 23 settembre 2026, alla Camera, è stata approvata in commissione una proposta emendativa che richiama esplicitamente la necessità di una revisione organica delle Province, comprendente il ritorno al suffragio universale diretto, la definizione delle funzioni e il riordino dei finanziamenti.
Ma la disposizione riguarda concretamente il riallineamento della durata dei mandati degli organi provinciali, non il ripristino immediato delle elezioni dirette.
Il rischio: tornare alle vecchie Province senza correggerne i difetti
C’è però un’altra questione che merita di essere affrontata senza nostalgie.
Le Province precedenti alla riforma Delrio non erano necessariamente un modello di efficienza.
Non mancavano sovrapposizioni di competenze, spese discutibili, apparati burocratici e responsabilità difficili da individuare.
Sarebbe quindi sbagliato pensare che basti ripristinare le elezioni dirette per risolvere tutti i problemi.
Una riforma seria dovrebbe partire da un principio semplice: ogni livello istituzionale deve avere funzioni precise, risorse adeguate e responsabilità verificabili.
Occorre anche evitare che il ritorno alle urne venga utilizzato soltanto per ricostituire nuovi equilibri tra i partiti.
Perché la politica italiana ha già dimostrato di saper trasformare qualunque riforma istituzionale in un’occasione per ridistribuire il potere.
E i cittadini hanno diritto di chiedere qualcosa di diverso.
Dodici anni dopo, il conto lo pagano i territori
Il problema delle Province è diventato il simbolo di una politica che spesso interviene sulle istituzioni senza completare il lavoro.
Nel 2014 si decise di ridimensionarle. Nel 2016 fallì il tentativo di eliminarle dalla Costituzione. Negli anni successivi si è discusso ripetutamente di rilanciarle.
Nel 2026 siamo ancora al punto di partenza.
Con una differenza: nel frattempo sono trascorsi dodici anni.
Dodici anni durante i quali le Province hanno continuato a esistere, mentre i cittadini hanno perso la possibilità di eleggerne direttamente gli amministratori.
E oggi, proprio mentre tutti riconoscono la necessità di intervenire, il Governo rinvia la riforma alla prossima legislatura.
Non si può ignorare che governare richieda tempi, mediazioni e risorse. Ma neppure si può continuare a presentare come una novità politica ciò che da anni viene indicato come un problema irrisolto.
La conclusione
L’assemblea di Imperia potrebbe rappresentare un momento importante, a condizione che alle dichiarazioni seguano provvedimenti concreti.
Il ritorno all’elezione diretta sarebbe un passo significativo, ma dovrebbe accompagnarsi a una revisione delle competenze, a finanziamenti adeguati e a una maggiore trasparenza nella gestione.
Altrimenti cambierà soltanto il sistema con cui vengono scelti gli amministratori, senza migliorare i servizi.
Intanto, il 22 novembre, a Savona si voterà ancora con il vecchio sistema.
I partiti discuteranno, gli amministratori tratteranno, le coalizioni cercheranno accordi e i candidati conteranno i voti a disposizione.
I cittadini, invece, continueranno a guardare.
E forse è proprio questa la fotografia più eloquente della riforma delle Province: un’istituzione che tutti dichiarano di voler restituire ai cittadini, ma che, almeno per ora, rimane saldamente nelle mani della politica.
