Mentre nuovi progetti puntano ancora sulle montagne liguri, un rapporto sulla transizione energetica a consumo di suolo zero propone un’altra strada: fotovoltaico diffuso, capannoni, parcheggi, aree industriali e superfici già compromesse. E persino la Regione riconosce che la Liguria non è particolarmente vocata all’eolico industriale
C’è una domanda molto semplice che sarebbe interessante rivolgere alla Regione Liguria: prima di disseminare altri giganteschi aerogeneratori sui crinali, abbiamo davvero sfruttato tutto quello che abbiamo già costruito, asfaltato e cementificato?
Tetti, capannoni industriali, parcheggi, porti, aree ferroviarie, cave dismesse, superfici commerciali e zone produttive.
Perché la questione non è essere favorevoli o contrari alle energie rinnovabili. Questa contrapposizione è ormai troppo comoda.
La vera domanda è dove produrre l’energia rinnovabile e, soprattutto, se per realizzare la transizione ecologica sia indispensabile industrializzare montagne e territori ancora relativamente integri.
Un interessante documento elaborato dalla coalizione interregionale TESS – Transizione Energetica Senza Speculazione, intitolato “Per un Piano nazionale di transizione energetica a zero consumo di suolo”...leggi… sostiene che esista un’altra strada: privilegiare fotovoltaico diffuso, autoproduzione e comunità energetiche utilizzando innanzitutto superfici già artificializzate.
Ed è una riflessione che in Liguria arriva nel momento giusto.
La Liguria delle pale
La provincia di Savona conosce bene il problema.
Prendiamo il progetto SV7 Bric delle Rocche: dieci aerogeneratori da 6,2 MW ciascuno, per complessivi 62 MW, previsti nei territori di Dego e Cairo Montenotte, con opere di connessione che interessano anche Altare, Mallare e Savona. La procedura nazionale risulta attualmente in istruttoria tecnica e la nuova fase di consultazione pubblica si è chiusa il 14 agosto 2026.
C’è poi il caso Cravarezza, progetto da sette aerogeneratori per complessivi 30,1 MW nei territori di Calice Ligure e Mallare, con opere anche a Orco Feglino e Altare. Qui il procedimento si è concluso nell’ottobre 2025 con decreto VIA negativo.
E proprio vicende come queste dovrebbero suggerire una riflessione meno ideologica e molto più concreta.
Perché non stiamo parlando di piccoli mulini a vento.
Stiamo parlando di impianti industriali collocati sui crinali, con strade di servizio, fondazioni, cavidotti, opere di connessione e trasformazioni territoriali che non possono essere liquidate con la formuletta rassicurante dell’“energia verde”.
Lo dice persino la Regione: la Liguria non è particolarmente vocata all’eolico industriale
E qui arriva il particolare più interessante.
Sul proprio sito istituzionale dedicato all’energia eolica, la stessa Regione Liguria scrive che, per le caratteristiche morfologiche e infrastrutturali del territorio, la Liguria non può essere considerata vocata allo sfruttamento industriale dell’energia eolica.
Non lo sostengono quindi soltanto i comitati contrari alle pale.
Lo scrive la Regione.
Ed è una frase che sarebbe utile stampare e tenere sulla scrivania ogni volta che arriva un nuovo progetto.
Perché se un territorio non è particolarmente vocato allo sfruttamento industriale del vento, dovrebbe essere ancora più rigorosa la verifica del rapporto tra energia realmente producibile e sacrificio ambientale richiesto.
Il documento TESS insiste proprio su questo aspetto e osserva come nel Centro-Nord le aree con condizioni di vento maggiormente favorevoli coincidano spesso con i crinali appenninici, cioè con zone di elevato valore naturalistico.
E infatti la Regione dice anche un’altra cosa
C’è quasi un cortocircuito interessante.
Nell’aprile scorso il Consiglio regionale ha approvato il nuovo Piano energetico ambientale regionale – PEAR, con l’obiettivo di raggiungere al 2030 il target assegnato alla Liguria di 1,059 GW.
Ma presentando il piano, la stessa Regione ha spiegato che gli studi condotti con IRE e Università di Genova indicano il territorio ligure come particolarmente adatto allo sviluppo del fotovoltaico diffuso di piccola scala, mentre l’eolico dovrebbe essere previsto soltanto nelle aree compatibili con la tutela del paesaggio.
E allora viene spontanea una domanda.
Se la Liguria è particolarmente adatta al fotovoltaico diffuso e poco vocata all’eolico industriale, perché non partire davvero dal fotovoltaico diffuso?
Non nei comunicati stampa.
Sui tetti.
Prima copriamo ciò che abbiamo già coperto
La filosofia proposta dal rapporto TESS è quasi banale nella sua semplicità.
Prima di consumare nuovo territorio, utilizzare quello già consumato.
Il documento indica tetti, edifici industriali, centri commerciali, cave abbandonate, parcheggi e aree dismesse come luoghi privilegiati per un grande programma nazionale di produzione fotovoltaica.
Su scala nazionale, il rapporto stima addirittura che utilizzando soltanto il 10% delle aree industriali dismesse censite si potrebbero ricavare circa 920 chilometri quadrati utili, corrispondenti secondo i suoi calcoli a 82,9 GW di potenza fotovoltaica installabile.
Sono stime contenute nel documento e naturalmente andrebbero verificate territorio per territorio.
Ma il principio resta.
In Liguria abbiamo porti, retroporti, grandi stabilimenti industriali, piattaforme logistiche, centri commerciali, parcheggi, depositi, capannoni e aree dismesse.
Abbiamo calcolato quanti megawatt potrebbero produrre?
Sarebbe interessante conoscere il numero.
Un piano fotovoltaico per i tetti della Liguria
Prima di autorizzare nuove torri sui monti, la Regione potrebbe mettere sul tavolo una vera mappatura pubblica.
Quanti metri quadrati di coperture industriali esistono in Liguria?
Quanti sono utilizzabili?
Quante aree dismesse?
Quanti parcheggi potrebbero essere coperti con pensiline fotovoltaiche?
Quante strutture pubbliche – scuole, ospedali, palestre, depositi, uffici – potrebbero produrre energia?
Quanto spazio utilizzabile esiste nelle aree portuali di Genova, Savona e La Spezia?
E quanta energia potremmo ottenere senza tagliare un albero e senza costruire una strada di servizio su una montagna?
Sono domande molto meno spettacolari dell’inaugurazione di una pala alta centinaia di metri.
Ma forse sono più utili.
La transizione può diventare anche un affare per i territori
C’è poi il problema economico.
Il modello dei grandi impianti concentra inevitabilmente investimenti e produzione in pochi operatori.
Il modello diffuso può invece coinvolgere famiglie, condomini, artigiani, piccole e medie imprese, Comuni e comunità energetiche.
Ed è proprio questa la seconda gamba della proposta TESS: non soltanto zero consumo di suolo, ma anche una maggiore democratizzazione della produzione energetica, facendo in modo che una parte dei vantaggi economici rimanga alle comunità che producono e consumano quell’energia.
La Regione, peraltro, dichiara di voler sostenere proprio le Comunità energetiche rinnovabili e il fotovoltaico diffuso.
Benissimo.
Allora si può passare dalle dichiarazioni ai numeri.
E non è un “no” alle rinnovabili
Questo è il punto che occorre chiarire una volta per tutte.
Contestare un grande parco eolico su un crinale non significa essere contrari alla transizione energetica.
Esattamente come essere favorevoli al fotovoltaico non significa desiderare pannelli sopra ogni prato.
La vera transizione dovrebbe cercare di ottenere la maggiore quantità possibile di energia con il minore sacrificio possibile del territorio.
E in una regione fragile, montuosa, densamente urbanizzata e con pochissimo territorio pianeggiante come la Liguria questo principio dovrebbe valere il doppio.
Del resto la stessa Regione, parlando nel 2025 del gigantesco progetto eolico dei monti Moro e Guardiabella nell’Imperiese, aveva sottolineato la necessità di tutelare biodiversità, aree protette e crinali di elevato valore naturalistico.
Il principio non può cambiare a seconda della montagna interessata.
Prima i tetti, poi eventualmente i crinali
Forse quindi bisognerebbe semplicemente invertire l’ordine delle cose.
Prima tetti e capannoni.
Poi parcheggi e centri commerciali.
Poi porti e aree industriali.
Poi cave e superfici dismesse.
Poi ancora comunità energetiche, efficientamento degli edifici, autoconsumo e riduzione degli sprechi.
E soltanto dopo aver quantificato seriamente tutto questo si potrà eventualmente spiegare ai cittadini perché sia ancora indispensabile occupare altri crinali.
Perché la montagna libera non dovrebbe essere considerata uno spazio vuoto in attesa di un investimento.
È già un’infrastruttura.
Produce biodiversità, trattiene acqua, conserva boschi, protegge il paesaggio e alimenta turismo e qualità della vita.
Non compare nella bolletta elettrica, ma ha comunque un valore enorme.
La Liguria ha bisogno della transizione energetica.
Ma non è scritto da nessuna parte che per diventare più verde debba industrializzare le sue montagne.
E visto che la stessa Regione riconosce da un lato la vocazione ligure al fotovoltaico diffuso e dall’altro i limiti del territorio rispetto all’eolico industriale, la domanda diventa inevitabile:
prima di riempire i crinali di pale, perché non riempiamo di pannelli i tetti che abbiamo già?






