Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Il mare andava difeso. Il territorio andava ascoltato. Le comunità locali non potevano essere sacrificate sull’altare di decisioni prese altrove.
Tutto giusto. Anzi, sacrosanto.
Ma allora viene spontanea una domanda: perché la stessa energia non si vede oggi sulla Val Bormida?
Perché quando il tema diventa l’ipotesi di un inceneritore, o termovalorizzatore che dir si voglia, tra Cairo, Cengio e le aree già martoriate da decenni di industria pesante, l’indignazione si fa improvvisamente educata, tecnica, attendista?
In campagna elettorale la Val Bormida era tappa obbligata. Cairo, Cengio, i paesi dell’entroterra: tutti buoni per strette di mano, fotografie, pacche sulle spalle, promesse di ascolto e richieste di consenso. Oggi che quei territori chiedono una posizione chiara, ecco invece il linguaggio dei “pro e contro”, delle valutazioni, delle cautele, dei fogli da riempire prima di decidere.
Curioso. Davanti al rigassificatore il “no” doveva essere netto. Davanti all’inceneritore, invece, bisogna ragionare.
Eppure la Val Bormida non parte da zero. Parte da un’eredità ambientale pesante, da bonifiche incompiute, da ferite che hanno un nome storico preciso: ACNA. Pensare oggi di riportare proprio lì un grande impianto per i rifiuti significa chiedere a quella valle di diventare, ancora una volta, il retrobottega sporco della Liguria.
Una seconda ACNA, magari con un nome più moderno e un dépliant più elegante.
E qui si misura la coerenza.
Perché non si può essere paladini dell’ambiente a targhe alterne. Non si può difendere il mare quando porta consenso e diventare prudenti quando a essere sacrificato è l’entroterra. Non si può chiedere voti in Val Bormida ogni due per tre e poi, nel momento più delicato, lasciare soli i sindaci che si trovano con il problema in casa.
Ancora più singolare è il confronto con Spotorno.
Per il bando delle spiagge, abbiamo visto partire in tromba difese appassionate, interventi, polemiche, lezioni ai Comuni, grandi discorsi sul turismo, sulle imprese balneari, sull’identità del territorio. Lì sì che bisognava muoversi subito. Lì sì che ogni ombrellone sembrava una questione di civiltà.
C’è chi trova sempre il navigatore acceso quando deve difendere le spiagge di Spotorno, ma pare perda misteriosamente il segnale appena la destinazione diventa Cairo o Cengio.
Poi però, quando non si parla più di concessioni balneari ma di aria, salute, camion, rifiuti, inquinamento e futuro di una valle intera, la tromba tace.
E allora la domanda diventa inevitabile: certi territori si difendono solo quando dietro ci sono categorie organizzate, consenso pronto e qualche interesse ben riconoscibile?
La Val Bormida non chiede passerelle. Non chiede frasi prudenti. Non chiede di essere studiata come un caso tecnico da laboratorio regionale. Chiede rispetto.
Chi ha raccolto voti in quei Comuni dovrebbe avere oggi il coraggio di tornare lì, guardare in faccia i cittadini e dire chiaramente da che parte sta. Non con formule ambigue. Non con il solito equilibrismo. Non con la comodità di stare sempre un passo indietro quando la scelta diventa impopolare.
Perché la politica vera si vede proprio qui: quando bisogna scegliere tra il territorio e la convenienza.
Sul mare savonese la voce si è alzata forte.
Sulla Val Bormida, per ora, si sente soprattutto il rumore dell’assenza.
Cordiali saluti.
un affezionato lettore
