Porto di Vado, tra silenzi e ombre: quando i traffici illeciti bussano anche alla porta del Ponente

C’è una verità scomoda che ogni tanto riaffiora, ma che raramente trova spazio nel dibattito pubblico locale: anche il porto di Vado Ligure non è immune dalle attenzioni della criminalità organizzata. E non lo diciamo per fare allarmismo, ma perché a certificarlo sono analisi e dati ufficiali, come quelli contenuti nel rapporto “Diario di bordo” dell’associazione Libera.

Un sistema sotto pressione

Il quadro che emerge è tutt’altro che rassicurante. Nel 2025 sono stati censiti 131 episodi di criminalità nei porti italiani, in crescita rispetto all’anno precedente. E la Liguria si piazza ai vertici di questa poco onorevole classifica, con 15 casi accertati.

In questo scenario, il nome di Vado Ligure compare nero su bianco tra gli scali “esposti a interessi criminali organizzati”. Non un caso isolato, ma parte di un sistema più ampio che coinvolge porti strategici come Porto di Genova, Porto di Gioia Tauro e Porto di Trieste.

Il dato più inquietante? Il 65,5% dei principali scali commerciali italiani risulta esposto a interessi mafiosi.

Il caso Vado: non solo numeri

Non si tratta solo di statistiche. Anche Vado ha già avuto un assaggio concreto di questa realtà. Nel 2025, proprio nello scalo vadese, è stato effettuato un maxi sequestro di 24 chili di cocaina, nascosti in un container di banane proveniente dal porto sudamericano di Puerto Bolívar.

Un episodio che dice molto più di quanto sembri:

  • la capacità delle organizzazioni criminali di infiltrarsi nelle rotte commerciali globali
  • l’utilizzo dei container come cavalli di Troia perfetti
  • la scelta di porti “secondari” per evitare controlli troppo stringenti

Perché è proprio questo il punto: i porti come Vado non sono marginali, ma diventano snodi ideali tra traffici internazionali e distribuzione locale.

Il grande paradosso

Il porto di Vado è stato raccontato per anni come simbolo di sviluppo, modernità, rilancio economico. Il terminal container, le grandi compagnie, gli investimenti milionari.

Ma accanto a questa narrazione ufficiale, esiste un’altra storia, molto meno celebrata:

  • grandi volumi di merci
  • catene logistiche complesse
  • controlli difficili da rendere capillari

Un mix che, come sottolinea Libera, rende questi luoghi particolarmente appetibili per le mafie.

E allora la domanda sorge spontanea: possibile che su questo tema cali sempre una certa prudenza, per non dire un silenzio imbarazzato?

Non è allarmismo, è realtà

Va detto con chiarezza: nessuno sta criminalizzando il porto. Anzi, il lavoro di forze dell’ordine, dogane e magistratura è fondamentale e spesso efficace, come dimostrano proprio i sequestri.

Ma ignorare il problema o ridurlo a episodio isolato sarebbe un errore grave.

Perché i dati raccontano altro:

  • oltre la metà dei casi riguarda importazioni illecite
  • una quota significativa riguarda merci in transito
  • le organizzazioni criminali si muovono con logiche sempre più sofisticate

Il punto politico (quello vero)

Qui non si tratta solo di sicurezza, ma di visione.

Se il porto è davvero il motore del territorio, allora deve essere anche:

  • trasparente
  • monitorato
  • protetto da infiltrazioni

Altrimenti il rischio è quello di costruire sviluppo economico su fondamenta fragili.

E forse il vero problema è proprio questo: mentre si celebrano i numeri del traffico merci e gli investimenti, si parla troppo poco delle vulnerabilità.

Il porto di Vado non è un’eccezione. È uno specchio di ciò che accade nei grandi snodi logistici contemporanei.

Ma proprio per questo meriterebbe più attenzione, più dibattito, più coraggio politico.

Perché il punto non è se esistano interessi criminali.
Il punto è quanto siamo disposti a vederli davvero.

 

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