Porto di Savona-Vado, la riforma che preoccupa: rischio serie B per uno degli scali più strategici del Nord Ovest

SAVONA. Per anni il territorio savonese si è sentito ripetere che il porto di Savona-Vado rappresentava una delle principali locomotive economiche della Liguria. Milioni di euro investiti nella piattaforma container di Vado, nuovi collegamenti ferroviari, infrastrutture logistiche, l’arrivo di operatori internazionali come Maersk e la continua crescita dei traffici avevano alimentato la convinzione che lo scalo savonese fosse ormai entrato stabilmente nell’élite della portualità europea.

Ora però una riforma in discussione a Roma rischia di rimettere tutto in discussione.

Il disegno di legge di riordino del sistema portuale italiano potrebbe infatti produrre un effetto che a Savona viene già definito con una parola sola: declassamento.

Da porto internazionale a porto nazionale

Il nodo riguarda la nuova classificazione degli scali italiani.

Fino ad oggi Savona-Vado è considerato parte integrante del sistema portuale del Mar Ligure Occidentale insieme a Genova. Una scelta che riflette una realtà economica evidente: i due porti operano come un unico grande sistema logistico.

Con la riforma, però, la classificazione non verrebbe più basata principalmente sui volumi di traffico, sulle merci movimentate o sul contributo economico prodotto, ma su criteri legati alle reti europee TEN-T e alla collocazione amministrativa.

Il risultato potrebbe essere paradossale: Genova promossa tra i porti “internazionali”, Savona-Vado retrocessa nella categoria dei porti “nazionali”.

Una distinzione che non sarebbe soltanto formale.

Meno fondi, meno peso politico

Dietro le classificazioni si nasconde infatti la vera partita: quella dei finanziamenti.

I porti inseriti nella fascia superiore avrebbero accesso prioritario alle risorse per infrastrutture e sviluppo, mentre quelli collocati in categoria inferiore rischierebbero di dover attendere ciò che resta.

Tradotto in termini pratici: meno possibilità di ottenere fondi per nuove opere ferroviarie, viabilità, banchine, dragaggi e investimenti strategici.

Un rischio che preoccupa amministratori, sindacati e operatori economici.

Il presidente della Provincia, Pierangelo Olivieri, ha già annunciato la presentazione di osservazioni ed emendamenti per evitare che Savona-Vado venga penalizzata.

Una battaglia che appare tutt’altro che ideologica.

Il paradosso savonese

La questione assume contorni quasi surreali se si osserva ciò che è accaduto negli ultimi anni.

Lo Stato, l’Europa e gli operatori privati hanno investito centinaia di milioni di euro nella piattaforma di Vado, presentata come una delle infrastrutture logistiche più moderne del Mediterraneo.

Si sono realizzati nuovi collegamenti ferroviari, ampliamenti portuali e opere di supporto proprio per trasformare Savona-Vado in uno snodo internazionale.

Ora si rischia che quello stesso porto venga classificato come scalo di livello inferiore rispetto a realtà che movimentano traffici nettamente più ridotti.

Una contraddizione che molti faticano a comprendere.

Centralizzazione o efficienza?

La riforma introduce anche un altro elemento che suscita perplessità.

La nascita di una nuova struttura nazionale, “Porti d’Italia”, potrebbe accentrare molte delle decisioni oggi assunte dalle Autorità Portuali.

Secondo i critici, il rischio è quello di allontanare ulteriormente le scelte dai territori.

Chi conosce bene le dinamiche savonesi sa quanto sia già difficile far sentire la propria voce all’interno dell’Autorità Portuale del Mar Ligure Occidentale, dove il peso di Genova è inevitabilmente predominante.

Con una governance ancora più centralizzata, il timore è che Savona finisca per contare ancora meno.

La vera domanda

Al di là degli schieramenti politici, la questione pone una domanda semplice.

Se un porto che negli ultimi anni ha attirato investimenti internazionali, ha aumentato i traffici, ha costruito un terminal container tra i più avanzati d’Europa e rappresenta una porta d’accesso fondamentale per il Nord Italia non merita la classificazione di porto internazionale, allora quali criteri vengono davvero utilizzati?

Perché il rischio, altrimenti, è che si costruiscano categorie burocratiche che non fotografano la realtà.

E sarebbe curioso che proprio mentre tutti parlano di competitività, logistica e sviluppo delle infrastrutture, uno dei pochi porti italiani che è realmente cresciuto negli ultimi anni si ritrovi improvvisamente relegato in una sorta di serie B amministrativa.

Una prospettiva che Savona difficilmente può permettersi di accettare senza reagire.

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