A Savona la nuova raccolta rifiuti entra nella fase repressiva. Sei ecoausiliari stanno per scendere in strada con il compito di controllare, aprire sacchetti, verificare mastelli e, soprattutto, multare. Il messaggio è chiaro: se il sistema non funziona, la colpa è di chi conferisce male.
La gestione è affidata a Seas, mentre il Comune prova a rassicurare parlando di “prima fase educativa”. Ma l’esperienza insegna che quando entrano in campo taccuini e sanzioni, l’educazione dura poco. Il confine tra errore e colpa diventa rapidamente labile, soprattutto in un contesto già confuso.
L’assessora Barbara Pasquali indica come priorità gli abbandoni volontari, fenomeno reale e grave. Ma ridurre tutto alla scorrettezza dei cittadini è una scorciatoia comoda. Perché quasi quattromila utenze senza kit non sono una marginalità: sono la prova di un sistema che non ha intercettato, accompagnato, convinto.
Nel frattempo la città si adorna di nuove installazioni artistiche:
– sacchetti gialli che volano come aquiloni;
– gabbie metalliche stile zoo urbano;
– archetti antisacco che sembrano disegnati da un urbanista sadico.
Il vento fa il resto. Ma anche qui la colpa è chiara: non del vento, non dei sacchi, non del modello, bensì del cittadino che ha osato abitare una città ventosa.
Si controlla il sacco, ma non si mette in discussione il contenitore.
Si multa il conferimento sbagliato, ma non l’organizzazione inefficiente.
Si chiede collaborazione, ma si risponde con la sanzione.
Il porta a porta dovrebbe essere un servizio pubblico, non un test di obbedienza. Se per farlo funzionare servono guardie, multe e ispezioni nei sacchi, forse il problema non è chi sbaglia a buttare l’umido, ma un sistema calato dall’alto, mal adattato al territorio e scaricato sui cittadini.
E quando la gestione dei rifiuti diventa una guerra quotidiana, a perdere non è solo il decoro: è il rapporto di fiducia tra amministrazione e città.






