Quando si parla dell’ossicombustore di Peccioli, in Toscana, bisogna anzitutto mettere ordine nelle parole. Non è un impianto già in funzione da anni, con dati pubblici su emissioni, guasti e risultati sanitari. È un progetto autorizzato, ma ancora da realizzare, che la stessa documentazione progettuale definisce come l’unico caso al mondo di applicazione industriale ai rifiuti della tecnologia di ossidazione termica “flameless” in pressione.
Dunque Peccioli non è l’esempio di una tecnologia già collaudata: è, semmai, il suo banco di prova su scala industriale.
Il 7 settembre la Giunta regionale toscana ha dichiarato la compatibilità ambientale dell’impianto di Legoli, promosso da Novatosc e Belvedere Spa. Il presidente Eugenio Giani lo ha presentato come una svolta rispetto agli inceneritori e ai termovalorizzatori, sostenendo che non vi sarebbero emissioni in atmosfera. Ma la prudenza, su un tema del genere, non è un optional.
Come funziona
L’ossicombustione utilizza ossigeno in luogo dell’aria. In un impianto tradizionale, la grande quantità di azoto presente nell’aria attraversa il processo e finisce nei fumi; usando ossigeno, il gas prodotto è molto più concentrato in anidride carbonica e vapore acqueo.
Il rifiuto residuo viene sottoposto a temperature elevate in un reattore in pressione, senza fiamma libera visibile. La parte organica viene ossidata e trasformata soprattutto in CO₂ e acqua; la parte minerale dovrebbe diventare un materiale vetroso. Il progetto prevede anche il recupero energetico e, nelle intenzioni dei proponenti, il recupero della CO₂ per usi industriali.
Non è dunque una magia né una “scomparsa molecolare” del rifiuto: è un trattamento termico. E, come tutti i trattamenti termici, trasforma la materia e pone il problema dei gas, dei residui, della sicurezza del ciclo e dei controlli.
Il progetto prevede di sottrarre fino a 170 mila tonnellate annue di rifiuti alla discarica, ha una vita utile stimata in vent’anni e un investimento indicato nella documentazione progettuale vicino ai 99 milioni di euro, Iva esclusa. Sintesi non tecnica del progetto, Regione Toscana
Non è vero che “non inquina”
Questa è la questione centrale. Dire che l’ossicombustore non inquina è una semplificazione che non regge neppure alla lettura dei documenti dei proponenti.
La stessa società che detiene la tecnologia indica fra i prodotti del processo CO₂, acqua e materiale vetroso. Per un impianto da 15 MW termici dichiara, a titolo esemplificativo, fino a 40 mila tonnellate annue di CO₂, da catturare e destinare eventualmente a usi industriali. La cattura, però, non cancella la produzione della CO₂; e il suo reale utilizzo dipende da impianti, contratti, mercati e continuità operativa tutti da verificare. Dati dichiarati da Oxoco
Il vantaggio teorico è che, eliminando l’azoto dell’aria e controllando meglio il processo, si possono ridurre il volume dei fumi e alcuni inquinanti. Ma ridurre non significa azzerare. E il dato decisivo manca ancora: non esistono, per questo specifico impianto e per questa scala di trattamento dei rifiuti urbani, serie storiche indipendenti di emissioni reali.
La tecnologia “flameless” è conosciuta e utilizzata in altri campi, soprattutto per trattare flussi gassosi industriali e composti organici volatili. Altra cosa è applicarla, con continuità e a grande scala, al rifiuto urbano indifferenziato: una miscela variabile di plastiche, tessili, materiali organici, metalli, cloro, sostanze chimiche e frazioni non sempre prevedibili.
Perché non viene proposta ovunque?
Non è possibile sapere con certezza perché altri territori non abbiano scelto questa strada. Ma un fatto è oggettivo: se fosse già una soluzione tecnicamente ed economicamente consolidata per gestire centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti urbani, esisterebbero numerosi impianti equivalenti in esercizio, dati accessibili e risultati replicabili.
Invece, Peccioli viene presentato come il primo impianto italiano per dimensioni e portata e, nella sintesi depositata in Regione, come il primo caso industriale al mondo nel settore dei rifiuti. Non è un’accusa: è una ragione in più per pretendere rigore, perché una tecnologia nuova non va giudicata dagli annunci, ma dai risultati.
Il fatto che sia brevettata, gestita con licenza esclusiva e non ancora replicata su vasta scala può dipendere da molti fattori: maturità tecnica, costi, complessità impiantistica, convenienza economica, autorizzazioni. Ma certamente non consente di venderla come una soluzione già provata e priva di rischi.
È sicuro?
Nessun impianto industriale è “sicuro” in senso assoluto. Un’autorizzazione ambientale significa che l’opera è stata valutata sulla base del progetto, delle prescrizioni e delle condizioni dichiarate; non equivale a un certificato preventivo di assenza di problemi.
La sicurezza reale potrà essere giudicata solo quando l’impianto funzionerà a regime e saranno disponibili, in modo trasparente:
- i dati continui sulle emissioni, anche nelle fasi di avvio, fermata e anomalia;
- il destino effettivo della CO₂ catturata;
- le analisi sul materiale vetroso e la sua reale riutilizzabilità;
- i consumi energetici complessivi, compresa la produzione dell’ossigeno;
- i dati su manutenzioni, guasti e fermate;
- controlli indipendenti, non soltanto quelli forniti dal gestore.
L’impianto di Peccioli può rivelarsi meno impattante di un inceneritore classico: è una possibilità da verificare. Ma oggi non è corretto trasformare questa possibilità in una certezza e, peggio ancora, parlare di “zero emissioni” o di impianto che “non inquina”.






