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Pale eoliche, perché sempre e soltanto Savona? Il vento soffia anche altrove, ma gli affari sembrano fermarsi qui

Da Rialto alla Val Bormida continuano ad arrivare progetti per nuovi aerogeneratori. La provincia savonese produce già quasi il 90% dell’energia eolica ligure. È soltanto una questione di vento oppure ci sono ragioni economiche, politiche e amministrative che rendono questo territorio particolarmente appetibile? E chi controlla davvero gli interessi che ruotano intorno a questi investimenti?

Ci risiamo. Un’altra notizia, un altro progetto, altre pale eoliche. E naturalmente, ancora una volta, in provincia di Savona.
Questa volta tocca a Pian dei Buoi, sulle alture di Rialto, dove la società BH Wind Srl propone due aerogeneratori da 4,2 megawatt ciascuno, con opere di collegamento alla rete che interessano anche il territorio di Finale Ligure. La Regione ha avviato la valutazione ambientale. Contemporaneamente è stato archiviato il procedimento relativo al progetto di Piccapietre, a Cairo Montenotte, che prevedeva quattro aerogeneratori per complessivi 18 megawatt.

Uno esce, un altro entra. Sembra quasi che i crinali savonesi siano diventati una gigantesca sala d’attesa per le società dell’energia.
Ma la domanda che su Trucioli Savonesi abbiamo posto decine di volte rimane sempre la stessa: perché proprio Savona?
Possibile che il vento ligure abbia deciso di soffiare soltanto sui monti della nostra provincia?

I numeri che nessuno può ignorare

Non siamo di fronte a una semplice impressione.
Secondo i dati riportati in un’interrogazione parlamentare del marzo 2025, la provincia di Savona ospitava già 62 aerogeneratori, con una potenza installata di 131,4 megawatt, pari all’89,75% della potenza eolica regionale.
Nell’ottobre 2026 risultavano inoltre almeno 17 procedimenti autorizzativi o ambientali in corso nel Savonese, relativi complessivamente a circa un centinaio di nuove pale.
È vero che esistono progetti anche nelle altre province liguri. Ma la sproporzione è evidente.
E allora sarebbe interessante conoscere non soltanto le ragioni tecniche di questa concentrazione, ma anche quelle economiche e amministrative.
Perché una società sceglie un territorio anziché un altro? Per la ventosità? Per la disponibilità dei terreni? Per la vicinanza alla rete elettrica? Per i costi? Per la maggiore facilità di ottenere autorizzazioni?
Oppure perché, nel tempo, si è creato un contesto particolarmente favorevole a questo genere di investimenti?

Amministratori più disponibili? Una domanda che merita risposta

Qui entriamo in un terreno delicato, ma che il giornalismo non può evitare.
Sarebbe ingiusto sostenere che gli amministratori savonesi siano facilmente convincibili senza avere elementi concreti. Anzi, diversi sindaci e comitati locali si sono apertamente opposti ai nuovi progetti.
Ma resta una questione politica: come mai, nonostante tante opposizioni, continuano ad arrivare proposte concentrate sempre negli stessi territori?
Quali interlocuzioni avvengono tra società proponenti, proprietari dei terreni, amministrazioni comunali e istituzioni regionali?
Quali benefici economici sono previsti per le comunità locali? E quali eventuali accordi vengono discussi?
Soprattutto, chi verifica che ogni decisione sia assunta esclusivamente nell’interesse pubblico?
Non stiamo sostenendo che vi siano irregolarità. Stiamo chiedendo trasparenza.
Perché quando gli investimenti sono importanti e coinvolgono trasformazioni permanenti del territorio, la trasparenza non dovrebbe essere una concessione degli amministratori, ma un obbligo verso i cittadini.

Il grande affare dell’energia verde

C’è poi un aspetto che troppo spesso viene relegato in secondo piano: il denaro.
Un grande impianto eolico rappresenta un investimento da milioni di euro. Attorno alla sua realizzazione ruotano acquisto o disponibilità dei terreni, progettazione, opere stradali, movimento terra, trasporti eccezionali, installazioni, collegamenti elettrici e manutenzione.
Una filiera economica considerevole.
È perfettamente legittimo che un’impresa investa nelle energie rinnovabili e cerchi un rendimento economico. Ma è altrettanto legittimo domandarsi quanto di quella ricchezza rimanga effettivamente sul territorio.
Quanti posti di lavoro stabili vengono creati? Quali benefici ricevono i Comuni? Quanto incidono gli interventi sul paesaggio, sui boschi, sulla viabilità e sulle attività turistiche?
Il rischio è che i vantaggi economici siano concentrati, mentre una parte dei costi ambientali e territoriali rimanga a carico della collettività.
Non basta chiamare un investimento verde per considerarlo automaticamente sostenibile in ogni luogo.

E le mafie? Un interrogativo da affrontare senza insinuazioni

C’è infine un argomento particolarmente delicato, che non può essere trasformato né in un’accusa generica né in un tabù.
Le infiltrazioni della criminalità organizzata nell’economia legale costituiscono un rischio che riguarda diversi settori, soprattutto quando entrano in gioco grandi investimenti, appalti, subappalti e movimentazioni finanziarie.
Anche la filiera delle energie rinnovabili richiede quindi controlli adeguati.
Questo, naturalmente, non significa che i progetti eolici savonesi siano collegati alla criminalità organizzata. Non abbiamo elementi per affermarlo e sarebbe irresponsabile insinuarlo.

Significa però che sarebbe utile conoscere quali verifiche antimafia vengano effettuate sulle imprese coinvolte, sui soggetti che eseguono le opere e sugli eventuali subappalti.

La prevenzione non è un’accusa. È una garanzia per le imprese corrette, per gli amministratori e per i cittadini.

E proprio per evitare che dubbi e sospetti alimentino illazioni, sarebbe opportuno che le istituzioni rendessero pubbliche, nei limiti consentiti dalla legge, le informazioni relative alle procedure di controllo.

La provincia che deve sempre sacrificare qualcosa

La questione eolica si inserisce in un quadro più ampio.
Savona è una provincia che da decenni convive con le conseguenze di importanti insediamenti industriali, siti da bonificare, infrastrutture incompiute e pressioni ambientali.
Oggi si discute anche di un possibile termovalorizzatore in Val Bormida, mentre continuano a moltiplicarsi le proposte di nuovi impianti energetici.
Ogni progetto ha caratteristiche diverse e deve essere valutato nel merito. Ma la somma degli interventi solleva una questione che non può essere ignorata: esiste un limite alla pressione che un territorio può sopportare?
Un singolo parco eolico può apparire compatibile con l’ambiente. Dieci progetti concentrati su crinali vicini possono produrre conseguenze completamente differenti.
Per questo non basta esaminare ciascuna proposta come se fosse isolata dalle altre.
Occorre considerare gli effetti cumulativi sul paesaggio, sulla biodiversità, sulla rete stradale, sul rischio idrogeologico e sulle prospettive economiche delle comunità interessate.

La Regione conosce il problema. Ma come intende risolverlo?

Nell’ottobre 2026 è entrata in vigore la nuova legge regionale sulle aree idonee per gli impianti rinnovabili. La normativa prevede un percorso per individuare, entro 180 giorni, le aree liguri non idonee all’installazione di impianti eolici.
Nel frattempo, però, i procedimenti continuano.
Ed è proprio questa la contraddizione che merita attenzione.
Se la Regione riconosce la necessità di disciplinare la localizzazione degli impianti, perché non è stata definita prima una programmazione capace di valutare la distribuzione territoriale?
Non sarebbe più ragionevole conoscere il quadro complessivo prima di decidere il destino di ogni singolo crinale?
Anche i sindaci del Savonese hanno chiesto una distribuzione più equilibrata degli impianti, come documentato dalla TGR Liguria nell’aprile scorso.
Naturalmente la transizione energetica è necessaria. La Liguria ha bisogno di incrementare la produzione da fonti rinnovabili e ridurre la dipendenza energetica.
Ma transizione non può significare concentrare quasi tutto in una sola provincia senza spiegare perché.

Le domande che attendono ancora una risposta

A questo punto sarebbe utile che Regione Liguria e Provincia di Savona presentassero un quadro pubblico e aggiornato che chiarisca:
Perché la provincia savonese concentra una quota così elevata della produzione eolica ligure e dei nuovi progetti?

  • Quali criteri tecnici ed economici determinano la scelta dei siti?
  • Quali società controllano i progetti e quali imprese partecipano alla loro realizzazione?
  • Quali benefici economici sono previsti per i Comuni e quali ricadute occupazionali effettive?
  • Quali controlli vengono svolti sulla filiera degli appalti e dei subappalti?
  • Come vengono valutati gli effetti cumulativi di impianti già esistenti e nuovi progetti?

Sono domande precise. Non richiedono polemiche, ma documenti, dati e risposte verificabili.

Il vento è una risorsa. Il territorio non è una merce senza limiti

Non siamo contrari alle energie rinnovabili. Sarebbe assurdo esserlo in un’epoca in cui la crisi climatica impone di modificare profondamente il nostro sistema energetico.
Ma proprio perché la transizione ecologica è una questione seria, non può essere ridotta a una corsa a occupare i crinali disponibili.
La tutela dell’ambiente non si misura soltanto nei megawatt prodotti. Si misura anche nella capacità di preservare boschi, paesaggi, ecosistemi e comunità.
E soprattutto nella capacità delle istituzioni di spiegare ai cittadini perché certe scelte ricadano continuamente sugli stessi territori.
Perché Savona? Per ragioni tecniche oggettive? Per convenienze economiche? Per una pianificazione regionale insufficiente? Per una combinazione di questi fattori?
Non abbiamo elementi per attribuire questa concentrazione a interessi illeciti o a comportamenti scorretti degli amministratori. Abbiamo però numeri sufficienti per chiedere una spiegazione convincente.
Perché il vento non conosce i confini provinciali. Gli investimenti, invece, seguono scelte ben precise.
Ed è su quelle scelte, sui loro protagonisti e sulle loro conseguenze che i cittadini hanno diritto di sapere molto di più.

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