Pale eoliche, montagne di cemento e bollette: la transizione non può essere un atto di fede

C’è un’immagine che vale più di tanti slogan verdi: un enorme cratere aperto su un crinale, camion, escavatori e una fondazione che sembra progettata per sostenere un palazzo, non una pala eolica. Poi, sopra, arriverà una torre alta anche oltre 200 metri. E ci diranno che è paesaggio, biodiversità, futuro.

Le turbine eoliche di nuova generazione non sono certo i romantici mulini a vento di una cartolina. Per gli impianti industriali di grande taglia servono piazzole, strade di accesso, cavidotti, sbancamenti e fondazioni in calcestruzzo armato molto imponenti. I quantitativi non sono identici per ogni pala – dipendono da altezza, potenza, terreno e progetto – ma arrivare a oltre mille metri cubi di calcestruzzo per una singola fondazione non è affatto un’ipotesi fantasiosa. Parlare sempre e soltanto dell’energia “pulita” prodotta, dimenticando ciò che occorre per piantarla in cima a una montagna, è una comoda omissione.

C’è poi il dato che l’infografica richiama dai rapporti Terna: tra il 2023 e il 2025 la potenza eolica installata in Italia è cresciuta da 12,3 a 13,63 GW, mentre la produzione annua è scesa da 22,98 a 21,33 TWh. Il dato è reale e merita una riflessione. Non dimostra, da solo, che l’eolico sia inutile o che non contribuisca a ridurre le emissioni: la produzione dipende anzitutto dal vento e in quegli anni la ventosità è stata meno favorevole. Ma dimostra una cosa molto semplice: più pale installate non significa automaticamente più energia prodotta ogni anno.

E allora il dibattito va riportato con i piedi per terra. Se si sacrificano crinali, boschi, strade rurali e paesaggi che sono anche economia turistica e qualità della vita, non basta recitare la formula magica della “decarbonizzazione”. Occorre dimostrare quanta energia si produrrà davvero, quale sarà l’impatto complessivo, quali opere collaterali saranno necessarie e quale beneficio concreto resterà alle comunità che subiscono l’intervento.

Infine c’è la questione del fine vita. Le autorizzazioni prevedono piani di dismissione e ripristino, ma bisogna leggere bene ogni singolo progetto: fino a quale profondità verrà demolita la fondazione? Chi pagherà? Esiste una garanzia finanziaria adeguata? E chi controllerà, tra venticinque o trent’anni, che alle promesse seguano davvero i fatti?

Perché l’ultima scena rischia di essere la più grottesca: si smonta la pala, si copre il cemento con un po’ di terra e si dichiara “rinaturalizzato” un crinale che sotto conserva per decenni una colata di calcestruzzo. Voilà: la transizione ecologica, purché sia sempre il paesaggio degli altri a pagare il conto.

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