Negozi storici chiudono, ma pare cresca il settore arrotini: la nuova economia savonese

Negli ultimi mesi il commercio savonese sembra aver imboccato una strada curiosa: quella delle serrande abbassate. Non è una scelta estetica, né una nuova forma di minimalismo urbano. È semplicemente la realtà di una città dove i negozi storici chiudono uno dopo l’altro, lasciando vetrine vuote che raccontano più di qualunque statistica sullo stato dell’economia locale.

Certe insegne erano lì da decenni, punti di riferimento per generazioni di savonesi. Negozi che hanno resistito alle mode, ai centri commerciali, alle vendite online e persino alle crisi economiche cicliche. Ma non hanno retto alla combinazione letale di costi crescenti, consumi in calo e una città che lentamente cambia pelle senza sapere bene in cosa trasformarsi.

Di fronte a questo scenario, l’amministrazione comunale non è rimasta immobile. Ha fatto quello che spesso fanno le amministrazioni quando i problemi sono grandi: ha stanziato piccoli contributi. Qualche migliaio di euro per incentivare nuove aperture, somme che nel linguaggio della burocrazia si chiamano “misure di sostegno”, mentre nel linguaggio dei commercianti si traducono più o meno in “una mano sulla spalla”.

L’effetto, prevedibilmente, è stato modesto. Aprire un’attività oggi richiede investimenti, certezze e prospettive. Non basta un contributo simbolico per convincere qualcuno a scommettere sul futuro del commercio cittadino.

Eppure, proprio quando il quadro sembrava destinato al consueto grigiore, dal Comune sarebbe trapelata una notizia capace di riaccendere l’entusiasmo: starebbero aumentando le richieste di licenze per arrotini itineranti.

Una notizia che, per ora, circola sottovoce nei corridoi degli uffici comunali, ma che — se confermata — potrebbe rappresentare una svolta epocale per l’economia savonese. Dopo anni di discussioni su turismo, innovazione, rigenerazione urbana e commercio di qualità, la soluzione potrebbe arrivare direttamente dalla più antica startup della storia: l’uomo con la mola.

Si immagina già l’entusiasmo istituzionale. Il sindaco che parla di “ritorno ai mestieri tradizionali”, l’assessore al commercio che brinda alla “crescita di un settore resiliente”, qualche convegno sul tema dell’economia circolare applicata alle forbici da cucina.

Non è difficile immaginare anche una possibile declinazione elettorale della notizia. Manifesti con slogan del tipo: “Savona riparte dal filo” oppure “Una città che non perde il taglio”. Magari con un piano strategico denominato “Affilare il futuro”.

Nel frattempo, le vetrine restano spente e il commercio tradizionale continua a interrogarsi sul proprio destino. Ma, in fondo, ogni epoca ha i suoi simboli economici: c’è stata quella delle fabbriche, quella dei centri commerciali, quella dell’e-commerce. Chissà che Savona non inauguri l’era dell’arrotino itinerante come nuovo indicatore di sviluppo.

Se davvero sarà così, almeno una certezza c’è: in città non mancherà qualcuno capace di affilare coltelli, forbici e — soprattutto — le illusioni.

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