Monte Camulera: quando il “verde” diventa un alibi

(Il caso di un territorio fragile sacrificato in nome dell’eolico)

Nessuno mette in discussione l’utilità dell’energia eolica. Sarebbe una battaglia sbagliata, ideologica e persa in partenza. Il problema non è la pala che gira, ma tutto ciò che serve per farla girare, soprattutto quando il progetto viene calato su territori fragili, marginali, montani, come nel caso del Monte Camulera, tra Osiglia e Murialdo.

Qui il tema non è la transizione ecologica, ma la trasformazione forzata di un ecosistema delicato in area industriale.

Un crinale non è una piattaforma industriale

Il Monte Camulera non è una distesa vuota da riempire con torri d’acciaio. È un territorio boschivo, complesso, con equilibri idrogeologici già precari, attraversato da sorgenti, impluvi, versanti instabili e una rete ecologica che tiene insieme flora, fauna e attività umane residue.

Per realizzare un parco eolico in un contesto simile non basta installare sei pale. Occorre aprire strade nel bosco, allargare piste esistenti, creare piazzole di montaggio, movimentare mezzi eccezionali, scavare fondazioni profonde. Tutto questo comporta sbancamenti, disboscamenti, compattazione del suolo, alterazione del drenaggio naturale delle acque.

In montagna, ogni ferita resta aperta a lungo. A volte per sempre.

Danni alla flora: invisibili ma irreversibili

Il danno più grave non è quello che si vede dall’alto o dalle simulazioni fotografiche. È quello che resta a terra: la perdita del sottobosco, la distruzione della microflora, l’alterazione del suolo forestale. Un bosco non è fatto solo di alberi, ma di relazioni biologiche sottili, lente, fragili.

Raccontare che “a fine lavori si ripristina” è una favola amministrativa. Un ecosistema montano non si ripristina con qualche intervento cosmetico. E quando si rompe la continuità del bosco, a farne le spese sono anche la biodiversità, la capacità di assorbire acqua, la stabilità dei versanti.

Energia incerta, impatto certo

Nel caso Camulera il paradosso è evidente: vento discontinuo, produzione energetica incerta, ma impatto territoriale massimo. Pale alte oltre 200 metri, visibili da chilometri, con un’impronta permanente su un crinale che finora aveva mantenuto una funzione naturale e paesaggistica.

Qui il rapporto costi-benefici non è solo energetico: è ambientale, sociale e culturale. E su questi piani il progetto mostra tutte le sue fragilità.

Dietro il progetto: la solita filiera

Come spesso accade, il progetto non nasce dal territorio ma arriva dall’alto, costruito su incentivi, bandi, interessi finanziari e compensazioni promesse. Il territorio diventa un supporto fisico, non un soggetto decisionale. Le comunità locali vengono informate quando i giochi sono già fatti e, se protestano, vengono liquidate come nemiche del progresso.

Ma difendere un bosco non è essere contro il futuro. È chiedere che il futuro non cancelli ciò che resta.

Camulera come caso simbolo

Il Monte Camulera è un caso simbolo perché mostra chiaramente il corto circuito della transizione ecologica quando diventa una corsa a occupare spazio, invece che un processo ragionato. Non tutto ciò che è rinnovabile è automaticamente sostenibile. E non ogni territorio può essere sacrificato sull’altare del “verde a tutti i costi”.

La vera sostenibilità non si misura solo in megawatt, ma in equilibrio tra ambiente, comunità e scelte energetiche.

E un bosco distrutto, anche se in nome dell’energia pulita, resta una sconfitta per tutti.

Riunione ieri sera a Murialdo da Savonanews

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