Mezze banane, carne invisibile e controlli a metà

La mensa scolastica di Savona e la tristezza che ricade sui bambini

A Savona si può anche tagliare una banana a metà, ma non si può tagliare a metà la responsabilità politica.
E invece è esattamente quello che sta accadendo nella vicenda della mensa scolastica comunale, esplosa – come riportato anche da Il Secolo XIX – a partire dal caso simbolo delle “mezze banane”, diventate in poche ore il riassunto plastico di un sistema che non funziona.

Il problema, infatti, non è una banana divisa, ma un controllo diviso, intermittente, tardivo. E chi dovrebbe vigilare, controllare, prevenire, arriva sempre dopo, quando il danno è già servito… nel piatto dei bambini.

Il Comune che “scopre” i problemi solo dopo le proteste

Secondo quanto emerso dagli articoli del SecoloXIX, il Comune – che ha il compito di supervisionare il servizio mensa – è intervenuto solo dopo le segnalazioni degli insegnanti e la protesta formale dei genitori.
Non prima. Non durante. Ma dopo.

Ed è qui che la responsabilità politica diventa evidente.
L’assessora Elisa Di Padova, titolare delle deleghe competenti, non può limitarsi a “prendere atto” delle non conformità quando ormai le porzioni sono state servite, mangiate (o rifiutate) e fotografate.

Perché il punto è semplice:

  • chi controlla le grammature prima che arrivino nei piatti?

  • chi verifica che le indicazioni date alla ditta vengano realmente rispettate nelle scuole?

  • chi tutela i bambini quando il servizio viene erogato in modo approssimativo?

Dalla banana alla carne: quando il problema è strutturale

La bufera sulle mezze banane ha avuto almeno un merito: far emergere un problema più ampio.
Genitori e insegnanti, spinti dall’episodio, hanno iniziato a pesare le porzioni, in particolare la carne. E il risultato – come raccontato sempre da Il Secolo XIX – è stato imbarazzante: porzioni inferiori a quelle previste.

Qui non siamo più nel campo dell’equivoco logistico o della partita “troppo grande” di frutta.
Qui si parla di un alimento fondamentale, spesso unico pasto proteico settimanale, ridotto sotto i parametri previsti.

E anche in questo caso, il Comune arriva dopo, bacchetta la ditta, apre una “non conformità”.
Ma dov’era prima?

Fish burger rifiutato e alternative inesistenti

C’è poi il capitolo surreale del fish burger: piatto unico che molti bambini non mangiano, senza che venga garantita un’alternativa adeguata.
Risultato? Bambini che saltano il pasto, famiglie costrette a scegliere tra accettare il disservizio o arrivare allo “sciopero del panino”.

Ed è qui che la vicenda smette di essere tecnica e diventa tristemente educativa.

La tristezza speculare: cosa stiamo insegnando ai bambini

C’è una tristezza che non si misura in grammi.
È la tristezza di bambini che imparano presto che:

  • le regole valgono “più o meno”

  • la qualità è negoziabile

  • i loro bisogni arrivano dopo i capitolati, le giustificazioni, le note formali

Tagliare una banana può sembrare un gesto banale.
Ma ridurre il cibo, ignorare il gradimento, intervenire solo dopo le proteste, insegna qualcosa di molto più grave: che si può risparmiare proprio su di loro.

Politica assente, famiglie esasperate

Le famiglie chiedono chiarimenti, verifiche, rimborsi. Chiedono ciò che dovrebbe essere ovvio:
un servizio adeguato al costo pagato e al diritto dei bambini.

Quello che manca, però, è una assunzione di responsabilità politica chiara.
Non bastano le lettere alla ditta, non bastano le “non conformità” a posteriori. Serve spiegare perché il controllo non ha funzionato prima, e chi ne risponde.

Perché una mensa scolastica non è una mensa qualunque.
È un servizio pubblico essenziale, e trattarlo con superficialità significa servire mezze risposte a bambini interi.

E questa, più di ogni banana tagliata, è la vera vergogna.

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