Manifestazioni e democrazia: contano i numeri o i principi?

Gli italiani aventi diritto al voto alle ultime elezioni politiche erano circa 46 milioni.
Ieri, secondo Maurizio Landini, in piazza c’erano 2 milioni di manifestanti: una cifra che corrisponde al 4,3% degli elettori. Secondo invece le stime del Viminale, sarebbero stati 400 mila, cioè appena lo 0,9% degli elettori.

Due numeri lontanissimi, quasi due pianeti diversi. Ma, al di là della contabilità, la domanda di fondo è un’altra:

  1. Ammettiamo che abbia ragione Landini e che i manifestanti siano stati davvero 2 milioni. È legittimo che un 4,3% della popolazione pretenda di imporre, attraverso blocchi stradali, ferroviari e interruzioni di servizi essenziali, la propria volontà politica al restante 95,7%?

  2. E se domani si tornasse alle urne e vincesse di nuovo il centrodestra, cosa accadrebbe? Quella stessa minoranza del 4,3% continuerebbe a rivendicare il diritto di imporsi sulla maggioranza, in nome di una presunta “superiorità morale”?

Qui si apre un terreno scivoloso: il confine tra democrazia e autoritarismo.

  • La democrazia si fonda sul voto, sul rispetto delle regole, sulla possibilità per tutti di esprimersi ma senza prevaricare la maggioranza.

  • Il fascismo, invece, è l’idea che un gruppo (piccolo o grande che sia) abbia il diritto di imporre la propria visione al resto del Paese, ricorrendo alla forza, alla violenza o all’intimidazione.

E allora la provocazione finale è inevitabile: quando una minoranza, numericamente limitata, tenta di piegare l’intera collettività ai propri obiettivi, chi si comporta davvero da democratico e chi da autoritario?

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