La via del “Made in Italy” alle grandi opere non dice mai davvero sì. Ma, attenzione, non dice neppure no.
Dice: “valuteremo”. E da lì inizia il pellegrinaggio infinito.
Prima arrivano gli studi preliminari, poi le varianti ai progetti preliminari dei preliminari. Seguono conferenze dei servizi, osservazioni, integrazioni, valutazioni ambientali, rivalutazioni ambientali, prescrizioni, contro-prescrizioni e tavoli tecnici che generano altri tavoli tecnici.
Poi finalmente il bando. Anzi no: il pre-bando. Poi la gara. Poi il ricorso contro la gara. Poi il controricorso contro il ricorso. Poi un commissario straordinario per accelerare ciò che ormai è fermo da dieci anni.
A quel punto si scava una buca simbolica, si gettano un paio di colate di cemento per fare la foto inaugurale con politici sorridenti e caschetti immacolati, e lì il destino dell’opera è praticamente segnato.
L’impresa capofila entra in crisi. I subappaltatori falliscono. I costi raddoppiano. Le varianti triplicano. Arriva un’inchiesta, oppure un concordato preventivo, oppure entrambe le cose. Si rescinde il contratto. Si rifà la gara. E intanto passano le legislature, cambiano i governi, cambiano i sindaci, cambiano persino le generazioni.
Dopo quarant’anni resta soltanto uno scheletro di cemento invaso dalle erbacce, qualche rendering ormai ingiallito e una montagna di denaro pubblico evaporata con la naturalezza della nebbia al sole.
Ma guai a dire che è stato un fallimento.
In Italia le opere incompiute non muoiono mai: vengono semplicemente “riprogrammate”.







