Le osservazioni dei cittadini smontano il Piano demaniale: più che accessibilità e qualità, emergono distanza, ostacoli e scelte che penalizzano davvero l’uso pubblico.
C’è un modo molto semplice per rispettare una legge senza rispettarne lo spirito: fare i conti giusti sulla carta e sbagliarli completamente nella realtà.
È esattamente quello che sta emergendo dalle osservazioni presentate da un gruppo di cittadini di Celle Ligure sul nuovo Piano di utilizzo del demanio marittimo (PUD). Un documento che, secondo l’amministrazione, avrebbe addirittura superato il famoso 40% di spiagge libere previsto dalla normativa. Tutto bene? Non proprio.
Perché il punto non è solo quanto spazio è libero, ma che tipo di spazio è.
E qui iniziano i problemi.
Secondo quanto evidenziato nelle osservazioni , molte delle spiagge individuate come “libere” sono collocate in zone periferiche, lontane dal centro, dalla stazione e – dettaglio non proprio secondario – prive di parcheggi. Raggiungerle significa spesso farsi una bella camminata. Non esattamente l’idea di accessibilità universale.
Ma il vero nodo è un altro: queste spiagge, più che “libere”, sembrano selettive.
Percorsi tortuosi, accessi difficili, tratti su scogli o con massi: chi ha difficoltà motorie, chi è anziano o semplicemente chi non è allenato… resta fuori. Altro che inclusività. Altro che bene pubblico.
Un esempio emblematico? Le aree sotto le ex Colonie Milanesi e Bergamasche: sulla carta spiagge libere, nella pratica spazi complicati da raggiungere e spesso poco fruibili. In un caso si parla addirittura di un tratto delimitato da grossi scogli, utilizzabile “solo con una certa agilità”. Tradotto: non per tutti.
E poi c’è Cala Cravieu, dove l’accesso avviene tramite una scaletta che passa su uno scoglio per arrivare a una piccola striscia di spiaggia. Qui si sfiora il paradosso: una zona storicamente interdetta alla balneazione per motivi di sicurezza viene oggi inserita nel conteggio delle spiagge libere. Con la promessa, forse, di un secondo accesso che però… non esiste ancora.
Ma il colpo di scena arriva nel cuore del paese.
Le spiagge centrali, quelle realmente accessibili, risultano ridotte al minimo. In alcuni casi trasformate in corridoi stretti tra concessioni, in altri limitate da accessi che di fatto ne impediscono un uso pieno. Il termine “corridoio”, usato nelle osservazioni, non è casuale: descrive perfettamente la sensazione di spazi residuali, più che veri arenili pubblici.
Insomma, il rischio è evidente:
un equilibrio solo numerico tra pubblico e privato, ma completamente squilibrato nella qualità reale dell’offerta.
E qui si torna al punto iniziale.
Il PUD avrebbe potuto essere un’occasione per fare una scelta politica chiara: garantire spiagge davvero accessibili, inclusive, vicine ai cittadini. Invece sembra prevalere una logica diversa: rispettare la percentuale, spostando però il problema altrove. Lontano dal centro, lontano dai servizi, lontano – soprattutto – dalla vita quotidiana dei cellesi.
Perché alla fine la domanda è semplice:
una spiaggia è davvero “libera” se per raggiungerla serve fatica, equilibrio… e magari anche un po’ di coraggio?






