L’inceneritore di Montecarlo non inquina? La favola del camino profumato

Ogni volta che si parla di inceneritori, salta fuori l’esempio di Montecarlo. “Lo hanno in città”, “è vicino alle case”, “non si vede”, “non puzza”, “non inquina”. Insomma: più che un impianto industriale, pare una boutique del lusso con dentro un forno.

Peccato che la realtà sia un po’ meno da cartolina.

Intanto precisiamo: l’impianto non è propriamente a Montecarlo, ma nel quartiere di Fontvieille, nel Principato di Monaco. È stato messo in servizio nel 1980, può incenerire fino a 80 mila tonnellate l’anno e produce energia sotto forma di elettricità, calore e freddo per il quartiere. La società che lo gestisce sostiene che l’impianto rispetti gli standard europei sulle emissioni e sia integrato nel tessuto urbano, con camino nascosto, rumori ridotti e assenza di odori percepibili.

Ma “non puzza” non significa “non inquina”. E “rispetta i limiti” non significa “emissioni zero”. Questa è la differenza che spesso la propaganda dimentica sul pianerottolo.

Un inceneritore moderno abbatte molte sostanze, filtra i fumi, recupera energia, riduce drasticamente il volume dei rifiuti da mandare in discarica. Ma bruciare rifiuti resta combustione. E la combustione produce emissioni: ossidi di azoto, polveri, metalli, acidi, diossine e furani, sostanze che la normativa europea disciplina proprio perché esistono e vanno controllate. La Commissione europea, nelle BAT per l’incenerimento rifiuti, indica infatti limiti e tecniche per ridurre mercurio, metalli, NOx, ammoniaca, acidi, SO2, composti organici, diossine e furani.

E infatti Monaco non sta raccontando che il vecchio impianto sia eterno o miracoloso. Al contrario: nel 2025 il governo ha confermato la volontà di costruire una nuova unità di valorizzazione energetica a Fontvieille, demolendo l’impianto attuale, ormai anziano. La scelta viene motivata con ragioni di autonomia, sicurezza giuridica e gestione locale del servizio pubblico.

Il punto vero è questo: Monaco non usa l’inceneritore come slogan, lo usa come necessità di Stato. Un microterritorio, ricchissimo, densissimo, con disponibilità finanziarie enormi e una gestione centralizzata. Non la Val Bormida. Non Savona. Non un territorio già caricato da decenni di servitù industriali, discariche, ceneri, traffico pesante e promesse di bonifica mai completamente mantenute.

Anche a Monaco, del resto, il tema ha diviso. In passato alcuni eletti hanno contestato duramente l’idea di mantenere un inceneritore in città, ricordando la produzione di mâchefers, cioè scorie pesanti da combustione, e definendo l’impianto urbano una scelta discutibile per il XXI secolo. Monaco Hebdo ha ricostruito anni di polemiche, rinvii, costi crescenti e dichiarazioni politiche molto ottimistiche sui fumi “puliti”.

E qui arriva la domanda: davvero non inquina?

La risposta onesta è: no, non è vero che non inquina. Inquina meno di un vecchio inceneritore senza tecnologie moderne. Inquina entro limiti, se controllato bene. Recupera energia. Riduce il volume dei rifiuti. Ma non è una lavatrice morale che trasforma l’immondizia in aria di montagna.

Il problema è che in politica si prende Montecarlo come si prende una cartolina: si mostra il lato bello e si taglia via tutto il resto. Si dice: “Vedete? Lì ce l’hanno in città”. Ma non si dice che Monaco è Monaco, che l’impianto è vecchio, che lo devono rifare, che costa moltissimo, che produce comunque residui e che la normativa europea non parla di miracoli ma di limiti, controlli e migliori tecniche disponibili.

Perciò, quando qualcuno ci venderà l’inceneritore “alla Montecarlo”, conviene rispondere con calma: benissimo, allora vogliamo anche controlli alla Montecarlo, soldi alla Montecarlo, trasparenza alla Montecarlo, tecnologie alla Montecarlo, responsabilità alla Montecarlo. Non solo il camino nascosto dietro la facciata.

Perché il trucco è tutto lì: se il camino non si vede, non significa che non esista. E se il fumo non fa scena, non significa che sia diventato aria benedetta.

E allora diciamolo chiaramente, senza ipocrisie.

Se davvero l’argomento per convincere i territori è: “non inquina, guardate Montecarlo, ce l’hanno in centro città”, allora la risposta dovrebbe essere altrettanto semplice.

Fatelo a Genova.

Meglio ancora: fatelo a Portofino.

Portatelo dove il valore immobiliare è alto, dove il turismo è di qualità, dove l’immagine conta davvero. Se è così sicuro, così invisibile, così compatibile con la vita quotidiana, non si capisce perché debba finire sempre negli stessi posti: aree interne, territori già segnati da industrie, valli considerate sacrificabili.

Perché il punto non è tecnico. È politico.

A Montecarlo l’impianto è in città perché tutta Monaco è città, e soprattutto perché Monaco ha risorse, controllo e un modello completamente diverso. Qui invece si continua con lo schema di sempre: si prende un esempio “di lusso” per giustificare una scelta “di periferia”.

E allora la domanda resta lì, sospesa ma chiarissima:
se davvero non inquina, perché non lo fate sotto casa vostra?

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