Site icon UOMINI LIBERI

Liguria, la popolazione cresce. Ma Savona resta indietro: il miracolo demografico ha qualche crepa

La Regione festeggia l’arrivo di nuovi residenti e soprattutto di giovani under 40. Ma dietro i numeri positivi si nasconde una realtà meno rassicurante: si continua a morire più di quanto si nasca, la crescita dipende dall’immigrazione e la provincia di Savona è l’unica a non invertire la tendenza.

La Liguria torna a crescere. O almeno così raccontano i numeri. Secondo i dati diffusi dalla Regione e riportati dal Secolo XIX, la popolazione ligure ha registrato un incremento di 4.352 residenti rispetto al 2023, arrivando a una stima di circa 1 milione e 514 mila abitanti alla fine del 2026.

Una notizia che il presidente Marco Bucci accoglie con soddisfazione, sottolineando soprattutto l’arrivo di giovani e smentendo la narrazione di una regione dalla quale si fugge.

Ma prima di brindare alla rinascita demografica della Liguria, sarebbe opportuno leggere i numeri fino in fondo.

Perché una popolazione che aumenta non è necessariamente una popolazione che ringiovanisce. E soprattutto non è detto che una regione che attira nuovi residenti abbia risolto i problemi che spingono altri ad andarsene.

Il paradosso ligure: più abitanti, meno nascite

Il primo dato che dovrebbe far riflettere è quello del saldo naturale, cioè la differenza tra nascite e decessi.

Nei primi sei mesi del 2026 il saldo naturale è ancora negativo per 6.577 persone. In altre parole, nonostante un miglioramento rispetto agli anni precedenti, la Liguria continua a perdere abitanti perché i morti superano largamente i nuovi nati.

È un fenomeno strutturale, non una semplice oscillazione statistica.

La crescita della popolazione è quindi sostenuta principalmente dai movimenti migratori: persone che arrivano dall’estero, da altre regioni italiane e, in alcuni casi, cittadini che rientrano dopo aver vissuto altrove.

Nel 2025 il saldo migratorio complessivo è stato positivo per 14.802 persone, pari a circa 41 ingressi netti al giorno.

Un risultato certamente importante, ma che non cancella il problema di fondo.

La Liguria non sta tornando a crescere perché fa più figli. Sta compensando il proprio declino naturale grazie a chi arriva da fuori.

E sono due cose profondamente diverse.

Gli under 40: un dato positivo, ma attenzione alle interpretazioni

La Regione sottolinea con particolare soddisfazione che nel 2025 sono arrivati 23.416 giovani tra i 18 e i 39 anni, mentre ne sono partiti 16.009.

Il saldo è positivo per 7.407 persone.

Un dato incoraggiante, che merita di essere riconosciuto. Ma anche qui occorre evitare conclusioni affrettate.

Il fatto che arrivino più giovani di quanti ne partano non dimostra automaticamente che la Liguria sia diventata una terra di grandi opportunità lavorative.

Bisognerebbe sapere quanti di questi nuovi residenti trovano un’occupazione stabile, quanti dispongono di redditi adeguati, quanti possono permettersi una casa e quanti decidono di costruire qui una famiglia.

Sarebbe interessante conoscere anche quanti giovani liguri laureati continuano a trasferirsi altrove per cercare opportunità professionali più qualificate.

Perché non basta contare le persone che entrano e quelle che escono. Bisogna capire chi arriva, chi parte e soprattutto per quali ragioni.

Una regione può avere un saldo migratorio positivo e contemporaneamente perdere una parte importante dei propri giovani più qualificati.

Non è una contraddizione. È una possibilità che i dati aggregati non consentono di escludere.

E Savona? L’unica provincia che non cresce

Ed eccoci al dato che dovrebbe interessare maggiormente il nostro territorio.

Secondo quanto riportato dal Secolo XIX, l’inversione della tendenza demografica riguarda tre province liguri su quattro.

L’unica eccezione è Savona.

Mentre Genova, Imperia e La Spezia mostrano segnali di recupero, la provincia savonese continua a non partecipare alla crescita regionale.

È un’informazione che meriterebbe ben più di una breve citazione in un articolo dedicato ai successi demografici della Liguria.

Perché Savona resta indietro?

È un problema di opportunità lavorative? Di costo delle abitazioni? Di collegamenti? Di servizi? Di un’economia che fatica a offrire prospettive ai giovani?

Probabilmente la risposta non è una sola.

Il Savonese possiede un patrimonio turistico, ambientale, portuale e industriale di grande valore. Eppure da anni assiste alla progressiva riduzione di alcune attività produttive, alla difficoltà di attrarre investimenti e alla fragilità di numerose aree dell’entroterra.

La Val Bormida, in particolare, conosce bene il significato dello spopolamento, dell’invecchiamento e della perdita di opportunità economiche.

E mentre si discute di nuovi impianti industriali, inceneritori, discariche e grandi infrastrutture energetiche, sarebbe forse opportuno domandarsi quale modello di sviluppo possa realmente convincere una giovane famiglia a stabilirsi in questi territori.

Perché un territorio non diventa attrattivo soltanto perché dispone di aree nelle quali collocare impianti che altrove incontrano opposizioni.

Diventa attrattivo quando offre lavoro, servizi, collegamenti efficienti, un ambiente tutelato e prospettive per il futuro.

Il vero problema non è soltanto quanti siamo, ma quanti lavorano

C’è poi un’altra questione che le statistiche demografiche rischiano di lasciare sullo sfondo.

Una popolazione può anche crescere numericamente, ma se aumenta soprattutto la componente anziana, mentre diminuisce quella in età lavorativa, il sistema economico e sociale continua a indebolirsi.

Servono persone che lavorino, producano reddito, paghino contributi e sostengano un sistema sanitario e previdenziale sottoposto a pressioni crescenti.

Da questo punto di vista, l’arrivo di giovani immigrati può rappresentare una risorsa importante.

Ma l’integrazione economica non avviene automaticamente con il cambio di residenza.

Occorrono politiche abitative, formazione, servizi, trasporti e soprattutto un mercato del lavoro capace di offrire occupazioni regolari e dignitose.

Altrimenti si rischia di scambiare un miglioramento statistico per un cambiamento strutturale che ancora non c’è.

Il presidente Bucci ha ragione. Ma soltanto a metà

Quando il presidente della Regione afferma che non è vero che tutti i giovani scappano dalla Liguria, i dati gli danno ragione.

Nel complesso, nella fascia tra 18 e 39 anni, gli arrivi superano le partenze.

Ma da questo a sostenere che la Liguria abbia finalmente imboccato la strada del ringiovanimento il passo è lungo.

Il saldo naturale resta fortemente negativo, l’invecchiamento della popolazione non si arresta per effetto di un solo anno favorevole e le differenze territoriali rimangono evidenti.

Soprattutto, manca una spiegazione convincente dell’anomalia savonese.

Se davvero la Liguria è diventata più attrattiva, perché questa attrattività non si manifesta in tutte le province?

Quali investimenti stanno favorendo la crescita di alcuni territori e quali opportunità mancano invece nel Savonese?

Sono domande alle quali sarebbe interessante ricevere risposte dalla Regione, anziché limitarsi alla celebrazione dei dati complessivi.

Savona non può essere la provincia dimenticata

La questione demografica dovrebbe diventare una priorità anche per la politica savonese.

Non basta inaugurare opere pubbliche, annunciare progetti o promettere nuove infrastrutture.

Occorre capire perché un territorio con il mare, il porto, il turismo, le attività produttive e un entroterra di grande pregio ambientale non riesca a beneficiare della stessa inversione demografica registrata nel resto della Liguria.

Servirebbero dati dettagliati per comune, fascia d’età, provenienza e condizione lavorativa dei nuovi residenti. Solo così sarebbe possibile distinguere le aree che attraggono popolazione da quelle che continuano a svuotarsi.

E soprattutto servirebbe un progetto di sviluppo che non si limiti a gestire l’esistente.

Perché il declino demografico non si combatte con gli slogan, ma creando le condizioni affinché le persone scelgano di vivere, lavorare e mettere su famiglia in un territorio.

La Liguria cresce. Ma non tutta la Liguria.

Il dato positivo della popolazione regionale non va negato né sminuito. Dopo anni di contrazione, rappresenta un segnale incoraggiante.

Ma sarebbe un errore trasformarlo in una vittoria politica definitiva.

I numeri raccontano una regione che continua a perdere abitanti per cause naturali, recuperandoli grazie ai flussi migratori. Raccontano un saldo positivo tra i giovani adulti, ma non spiegano ancora quanto questo fenomeno sia stabile e quali effetti produrrà nel lungo periodo.

E raccontano soprattutto una provincia, quella di Savona, che resta esclusa dall’inversione di tendenza.

Forse, prima di festeggiare la Liguria che torna a crescere, sarebbe il caso di occuparsi seriamente della Liguria che continua a perdere abitanti.

Perché una Regione non può considerare risolto il proprio problema demografico quando una delle sue quattro province resta indietro.

E per Savona la domanda è ancora più semplice, e decisamente più scomoda:

se la Liguria è diventata così attrattiva, perché proprio da noi questa nuova attrattività non si vede?

Condividi