L’avviso di garanzia non fa più paura? La politica senza anticorpi

C’è stato un tempo in cui un avviso di garanzia bastava a far tremare un sindaco, un assessore o un parlamentare. Bastava l’apertura di un’inchiesta per provocare dimissioni, crisi di maggioranza, cadute di amministrazioni e spesso la fine di una carriera politica.

Oggi non è più così.

Lo ha osservato con lucidità Andrea Orlando durante una recente riflessione sul rapporto tra politica e giustizia. Una constatazione che va oltre il singolo caso ligure e fotografa un fenomeno nazionale: sempre più spesso amministrazioni coinvolte in vicende giudiziarie tornano al voto e vengono riconfermate dagli elettori.

Non è nemmeno una questione di destra o sinistra. Accade ovunque.

«Una vicenda giudiziaria incide molto meno di quanto non avvenisse in passato», osserva Orlando. Una frase che contiene una domanda enorme: perché?

Le risposte possono essere molteplici.

Da una parte pesa certamente il ricordo degli eccessi del passato. Non sono mancate amministrazioni e carriere politiche distrutte da avvisi di garanzia che poi si sono rivelati infondati o conclusi con assoluzioni. La politica, in quegli anni, spesso sostituiva il tribunale anticipando sentenze che non esistevano ancora.

Oggi il pendolo sembra essersi spostato all’estremo opposto.

L’indagine giudiziaria viene percepita come un fatto quasi ordinario, una tappa del percorso politico più che un elemento di valutazione pubblica. L’effetto stigma, come lo definisce Orlando, si è notevolmente ridotto.

Ma forse il problema non riguarda soltanto il rapporto tra politica e magistratura.

La vera questione è che si sono indeboliti i meccanismi di selezione e controllo della classe dirigente.

I partiti di massa, con tutti i loro difetti, svolgevano una funzione di filtro. Valutavano i propri amministratori, ne controllavano l’operato, ne accompagnavano la crescita politica. Oggi quelle strutture sono sempre più fragili.

Al loro posto sono emersi leader personali, liste civiche costruite attorno a un nome, reti di consenso spesso scollegate da qualsiasi organizzazione politica stabile.

In questo contesto diventa più difficile esercitare un controllo collettivo sugli amministratori. Il giudizio politico viene sostituito dal consenso personale, dalla popolarità, dalla capacità comunicativa.

Orlando pone anche un altro tema delicato: quello del peso crescente delle risorse economiche nelle campagne elettorali.

Se un imprenditore o un soggetto economicamente forte può sostenere una campagna in misura enormemente superiore rispetto a un normale cittadino, il rischio è che la competizione democratica parta già con forti squilibri.

Non si tratta necessariamente di corruzione o illegalità. Si tratta di una progressiva alterazione delle condizioni di partenza.

E forse è proprio qui che il dibattito dovrebbe concentrarsi.

Perché il problema non è decidere se un politico debba essere condannato prima di un processo o assolto a prescindere. Il problema è capire quali strumenti abbia ancora la democrazia per selezionare, controllare e valutare chi esercita il potere.

Se i partiti non svolgono più questo ruolo, se l’opinione pubblica è sempre meno sensibile alle questioni etiche e se il consenso personale prevale su ogni altra valutazione, il rischio è che la politica perda progressivamente i propri anticorpi.

E quando una democrazia perde i propri anticorpi, il problema non riguarda un singolo amministratore o una singola inchiesta. Riguarda il funzionamento stesso del sistema democratico.

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