FdI alza la voce sulla sicurezza, l’assessore Di Padova parla di giovani ed educazione

Il sangue deve ancora asciugarsi sull’asfalto di passeggiata Tobagi, ma in città qualcosa si è già rimesso in moto: la campagna elettorale.
Il grave episodio dell’accoltellamento tra ragazzini, avvenuto domenica pomeriggio vicino al Luna Park di Savona, sta infatti scivolando rapidamente dalla cronaca allo scontro politico. E, come sempre, le posizioni si dividono velocemente.
Da una parte c’è Fratelli d’Italia, che coglie l’occasione per alzare la voce sul tema della sicurezza. Il coordinatore cittadino, Matteo Debenedetti, interviene con parole dure, da padre prima ancora che da politico: «Non è possibile che, in pieno giorno, gruppi di ragazzini si accoltellino al Luna Park».
Un messaggio chiaro, diretto, che punta a rappresentare un clima di emergenza e l’ennesimo episodio legato ai giovani “maranza”, bande tra i 15 e i 19 anni che si sfidano a colpi di coltelli come fosse un gioco, senza rendersi conto del rischio di uccidere qualcuno o di morire.
Dall’altra parte, a Palazzo Sisto, la reazione è completamente diversa.
A parlare è Elisa Di Padova, vicesindaco e assessore con delega ai giovani e ai servizi educativi. Il suo intervento, però, suona più liturgico — in perfetto stile Marco Russo — che concreto.
Per Di Padova il problema è duplice: sicurezza e disagio giovanile. E puntuali arrivano le solite promesse:
«Lavoriamo con scuole, Asl, associazioni. E siamo al lavoro per riaprire un centro socio-educativo dedicato ai ragazzi».
Nel frattempo il dramma rasenta l’assurdo: mentre la città si chiede come sia possibile che due bande di giovanissimi — italiani nati da famiglie albanesi — arrivino a scontrarsi con i coltelli dietro le giostre, mentre un ragazzo finisce al pronto soccorso con una ferita alla schiena che avrebbe potuto essergli fatale, la politica è già riuscita a trasformare tutto in un terreno di battaglia pre-elettorale.
Perché sì, è inevitabile: la campagna è iniziata.
«Il problema sono alcuni ragazzi fuori controllo».
Frase semplice, quasi banale, ma che tocca il nocciolo della questione: famiglie in difficoltà, spazi sociali sempre più ridotti, istituzioni che intervengono solo quando l’emergenza esplode, e una politica che trasforma ogni ferita in un comizio.
La città avrebbe bisogno di risposte vere, collaborazione e strategie a lungo termine.
Invece si ritrova di fronte all’ennesimo schema già visto:
da un lato chi cavalca la paura, dall’altro chi invoca educazione e percorsi sociali che, puntualmente, non si realizzeranno mai.
Nel mezzo stanno i giovani — quelli veri — costretti a crescere in un clima che alterna allarme, indifferenza e slogan.
E un ragazzo ferito, per fortuna non in modo irreparabile, che ci ricorda quanto poco tempo sia rimasto per continuare soltanto a parlare






