La Val Bormida rinasce grazie ai boschi ma qualcuno pensa all’inceneritore

Fa quasi sorridere leggere, nello stesso periodo, due racconti completamente diversi della Val Bormida.

Da una parte arrivano i dati dello studio Foreste in Comune, realizzato da PEFC con il supporto di UNCEM e Legambiente, che descrivono una provincia di Savona tra le più verdi d’Italia, con comuni ai vertici nazionali per indice di boscosità e con alcune realtà dell’entroterra che tornano perfino ad attrarre nuovi residenti.

Dall’altra continua a prendere forma il dibattito sull’ipotesi di realizzare proprio in Val Bormida il futuro inceneritore ligure.

Le due immagini sembrano appartenere a mondi incompatibili.

Lo studio racconta infatti che Bormida è il secondo comune più boscoso d’Italia, con oltre il 97% del territorio coperto da foreste. Murialdo è quarto. Sassello e Cairo Montenotte figurano tra i comuni italiani con la maggiore superficie forestale complessiva. Un patrimonio ambientale straordinario che non rappresenta soltanto un valore naturalistico, ma che inizia a produrre effetti anche sul piano sociale ed economico.

Per anni si è raccontato che i boschi fossero il simbolo dell’abbandono delle aree interne: meno agricoltura, meno abitanti, più vegetazione. Oggi quella lettura appare sempre più superata. Sempre più persone cercano qualità della vita, tranquillità, aria pulita, contatto con la natura e ritmi meno frenetici rispetto alle città.

Non è un caso che comuni come Sassello, Cairo Montenotte, Murialdo e Calizzano abbiano registrato negli ultimi anni segnali demografici incoraggianti, invertendo almeno in parte una tendenza allo spopolamento che sembrava irreversibile.

In altre parole, il bosco non è più il segno della sconfitta dell’entroterra. Sta diventando una delle sue principali opportunità.

Ed è proprio qui che nasce una domanda politica inevitabile.

Se il futuro della Val Bormida passa attraverso il turismo sostenibile, la qualità ambientale, le produzioni locali, la valorizzazione del patrimonio forestale e il ritorno di famiglie che scelgono di vivere in un territorio ancora autentico, quale logica porta a individuare proprio questa valle come possibile sede di un inceneritore?

Da anni si parla di rilanciare l’entroterra. Si organizzano convegni, tavoli di lavoro, strategie per contrastare lo spopolamento. Si sottolinea l’importanza delle foreste, della biodiversità, dei servizi ecosistemici e della qualità della vita.

Poi però, quando si tratta di decidere dove collocare impianti considerati scomodi da altri territori, il dito torna sempre a indicare la Val Bormida.

Come se questa valle dovesse continuare a svolgere il ruolo che le è stato assegnato per decenni: accogliere ciò che altrove non si vuole.

Eppure i dati raccontano una storia diversa. Raccontano un territorio che, pur tra mille difficoltà, possiede ancora un capitale ambientale straordinario e che proprio grazie a questo patrimonio sta mostrando segnali di ripresa.

Forse la vera domanda da porsi non è dove costruire un inceneritore.

Forse la domanda è un’altra: vogliamo che la Val Bormida diventi il simbolo della rinascita delle aree interne liguri oppure continui a essere considerata il luogo dove collocare le servitù che altri rifiutano?

Perché i boschi, da soli, non bastano a fermare lo spopolamento.

Ma è difficile immaginare che possano aiutare a invertire la tendenza se, accanto all’immagine di una valle verde e attrattiva, si continua a proporre quella di un territorio destinato ad accogliere l’ennesimo impianto indesiderato.

Condividi

Lascia un commento