La politica non è un lavoro. Ma ormai è diventata un rifugio

Tra professionisti senza incarichi e stipendi pubblici sempre più ambiti, la politica rischia di trasformarsi in un ammortizzatore sociale per ambizioni personali

C’è stato un tempo in cui la politica era una scelta.
Oggi, troppo spesso, è diventata una necessità.

Non per vocazione, non per passione civile, non per gli iedeali, ma per sopravvivenza professionale. È una trasformazione silenziosa, ma evidente: sempre più spesso la politica non è più il luogo dove si decide, ma quello dove si cerca un posto.

Il segnale è sotto gli occhi di tutti.
Avvocati senza cause, architetti senza cantieri, professionisti che faticano a trovare spazio in un mercato saturo e competitivo. E allora la politica diventa una scorciatoia, o peggio, un rifugio.

Non è un caso che gli incarichi pubblici — assessori, consiglieri, collaboratori, portaborse — siano sempre più ambiti. Non tanto per il ruolo, ma per ciò che garantiscono: uno stipendio certo, una posizione, una rete di relazioni.

E qui si rompe qualcosa.

Perché quando la politica diventa un lavoro, smette di essere politica.

Si crea un sistema in cui non conta più la competenza o la visione, ma la fedeltà.
Chi dipende da un incarico difficilmente contesterà chi glielo ha dato.
E così nascono figure che non decidono, ma assecondano.

E soprattutto, si produce un effetto ancora più pericoloso: le decisioni non vengono più prese per il bene del paese o del comune, ma per mantenere il consenso.

Si governa guardando agli equilibri, agli umori, alle reazioni immediate.
Si evitano scelte impopolari anche quando sarebbero necessarie.
Si preferisce il consenso facile alla responsabilità.

E lo si vede anche nelle piccole cose, quelle che dovrebbero essere più semplici.
Basta osservare certe decisioni locali: pedonalizzazioni, interventi urbani, iniziative annunciate e celebrate in fretta.
Scelte che in realtà non sempre migliorano la città, ma che diventano occasioni per esserci per comparire, per presidiare il momento. Tanti gli esempi, anche recenti, in ogni occasione ci sono tutti. Presenze, sorrisi, foto. Molto più partecipata la passerella che il confronto.

È lì che si capisce il meccanismo: non conta tanto cosa si fa, ma quanto consenso produce.

A livello nazionale lo vediamo ogni giorno.
Ma è a livello locale che il fenomeno diventa quasi caricaturale.

Consiglieri che annuiscono sempre.
Assessori che non contraddicono mai.
Collaboratori che difendono ogni scelta, anche la più discutibile.

Non per convinzione, ma per convenienza.

E poi c’è il teatro, quello più amaro.
I politici “mezze calzette”, pronti a criticare il proprio leader in privato — nei corridoi, al bar, nei messaggi — ma sempre in prima fila accanto a lui nelle foto ufficiali.

Una doppia morale che non è solo ipocrisia. È dipendenza.

Perché chi vive di politica, non può permettersi il lusso del dissenso.

E mentre questo accade, cresce un’altra frattura: quella tra i cittadini e le istituzioni.
Perché la percezione è chiara — anche se raramente viene detta ad alta voce —: chi governa spesso non lo fa per rappresentare, ma per restare.

E questo logora tutto.

Logora la credibilità.
Logora la fiducia.
Logora persino il linguaggio della politica, che diventa sempre più vuoto, più prudente, più calcolato.

Il paradosso è evidente: più la politica diventa un mestiere, meno riesce a fare il suo mestiere.

Forse il punto è proprio questo: la politica non dovrebbe essere un lavoro.
Dovrebbe essere un servizio.

Temporaneo, rischioso, persino scomodo.

Finché continuerà ad essere percepita come un posto da conquistare e difendere, invece che come un compito da svolgere, continueremo a vedere amministratori che cercano consenso, non soluzioni.

E aspiranti politici che cercano una poltrona, non una responsabilità.

Condividi

Lascia un commento