Dallo sbancamento ex Mazzucca ai cassoni della diga di Vado: quando un capannone diventa (forse) una cava e il territorio paga il conto
C’è un filo invisibile che collega una collina di Cairo Montenotte al mare di Vado Ligure.
Un filo fatto di terra, camion, autorizzazioni e – soprattutto – milioni.
La storia dello sbancamento della collina ex Mazzucca non è più solo una questione locale. È diventata qualcosa di più: il simbolo perfetto di come, in questo territorio, le operazioni urbanistiche possano trasformarsi in qualcos’altro lungo la strada.
Da capannone a “cava mascherata”
Tutto parte da un progetto formalmente semplice: un capannone.
Permesso di costruire, carte in regola, iter amministrativo che – come spesso accade – lascia poco spazio al rifiuto.
Poi però succede qualcosa.
La collina sparisce. Non metaforicamente: fisicamente.
Centinaia di migliaia di metri cubi di materiale vengono rimossi. Numeri che iniziano a far alzare più di un sopracciglio: circa 327 mila metri cubi, pari a oltre 600 mila tonnellate di materiale.
A quel punto la domanda diventa inevitabile: ma serve davvero tutto questo per costruire un capannone?
L’opposizione lo dice chiaramente: non è edilizia, è una cava mascherata.
Il dettaglio che cambia tutto: Vado Ligure
Ed è qui che la vicenda prende una piega interessante.
Perché quel materiale non sparisce. Va da qualche parte. E quel “qualche parte” è il porto di Vado Ligure.
Non un destino qualunque, ma un progetto preciso: il riempimento dei cassoni della diga foranea.
Porto di Vado Ligure diventa così il punto finale di una catena che parte da una collina dell’entroterra.
E improvvisamente tutto assume una logica economica.
Secondo le stime riportate nel 2025, quel materiale potrebbe valere almeno 6 milioni di euro una volta conferito a Vado.
Non più un “costo” di cantiere, ma una risorsa.
E qui scatta il dubbio più pesante: il capannone era l’obiettivo… o la giustificazione?
La Procura e il sospetto
Non a caso la Procura apre un fascicolo.
Le domande sono quelle che girano ormai da mesi:
- Esisteva un accordo per il conferimento del materiale al porto?
- Le dimensioni dello sbancamento sono compatibili con l’opera dichiarata?
- Si tratta davvero di edilizia… o di attività estrattiva mascherata?
Sono domande tecniche, certo. Ma con un impatto politico enorme.
Il Comune si copre (tardi)
Arriviamo a oggi.
Il Comune di Cairo, guidato da Paolo Lambertini, decide di tutelarsi: avvocato esterno, fase precontenziosa, difesa preventiva.
Tradotto: ci prepariamo al peggio.
Una scelta che suona quasi come un’ammissione implicita: la situazione è sfuggita di mano.
E infatti la stessa amministrazione ammette di avere avuto pochi strumenti per opporsi al progetto iniziale.
Classico copione: prima si autorizza, poi si capisce.
Il paradosso savonese
Questa vicenda racconta qualcosa di più grande.
Da una parte abbiamo la necessità di infrastrutture: porti, dighe, sviluppo.
Dall’altra territori che vengono letteralmente scavati per sostenerle.
Il risultato?
- La collina sparisce a Cairo
- Il mare si riempie a Vado
- I cittadini restano con i dubbi (e forse con il conto)
È la versione ligure dell’economia circolare:
si sposta il problema da una parte all’altra… trasformandolo in opportunità per qualcuno.
La domanda finale (quella vera)
Non è se quel progetto fosse legittimo.
Lo diranno Procura e tribunali.
La domanda vera è un’altra: quante altre “colline-capannone” esistono in Liguria?
Perché quando scavare vale più che costruire, il rischio è che il territorio diventi solo una cava… con un cartello davanti scritto “sviluppo”.






