Quando si parla di inceneritori, la discussione viene quasi sempre ridotta a due slogan: “chiudere il ciclo dei rifiuti” oppure “energia dai rifiuti”. Ma c’è un aspetto che raramente compare nelle conferenze stampa trionfali o nei rendering scintillanti degli impianti: il costo sanitario e ambientale.
E non parliamo di opinioni da social network o di paure irrazionali. Parliamo di studi scientifici.
Uno dei lavori più citati sul tema è quello firmato da Ari Rabl, Joseph Spadaro e Assaad Zoughaib dell’Ècole des Mines di Parigi, pubblicato nell’ambito degli studi sugli “external costs”, cioè i costi scaricati sulla collettività sotto forma di impatti ambientali e sanitari….leggi in inglese
QUI una Traduzione selettiva solo delle parti più utili dello studio
Secondo le stime elaborate dagli studiosi, i danni economici derivanti dalle emissioni di un impianto di incenerimento possono variare da circa 4 a 21 euro per tonnellata di rifiuti trattata, a seconda della tecnologia utilizzata e del recupero energetico.
Tradotto in cifre concrete: un impianto da 400 mila tonnellate annue — dimensione ormai tipica dei mega-inceneritori moderni — potrebbe generare costi sanitari e ambientali per circa 8 milioni di euro all’anno. In vent’anni di attività si arriverebbe a circa 160 milioni di euro di costi indiretti scaricati sulla collettività.
Soldi che non compaiono nei bilanci delle società che gestiscono gli impianti. Non li paga il gestore. Li paga la comunità: attraverso spese sanitarie, impatti ambientali, perdita di qualità della vita, emissioni climalteranti e ricadute sul territorio.
Gli studiosi francesi spiegano che i principali costi derivano dalle emissioni atmosferiche, in particolare polveri fini, ossidi di azoto, metalli pesanti, diossine e gas serra.
Certo, i sostenitori degli inceneritori ribattono che gli impianti moderni emettono molto meno rispetto a quelli di trent’anni fa. Ed è vero: una review scientifica del 2019 sottolinea che gli impianti di nuova generazione, se rispettano rigorosamente i limiti emissivi europei, presentano rischi molto inferiori rispetto al passato.
Ma “molto inferiori” non significa “zero”.
Anche perché gli stessi documenti europei hanno imposto nel 2019 standard BAT (“Best Available Techniques”) più severi proprio per ridurre ulteriormente le emissioni tossiche degli impianti di incenerimento. Segno che il problema non è affatto considerato superato.
E poi c’è il nodo politico. Perché quando si presenta un inceneritore si raccontano sempre i benefici economici: posti di lavoro, investimenti, energia prodotta. Mai il costo sociale complessivo.
È un po’ come vendere un’automobile mostrando solo il prezzo d’acquisto e dimenticando benzina, assicurazione, bollo e manutenzione.
Nel frattempo, in tutta Europa cresce il dibattito sul fatto che l’incenerimento rischi di entrare in contraddizione con gli obiettivi climatici e con l’economia circolare. Alcuni studi europei ricordano che bruciare una tonnellata di rifiuti può produrre tra 0,7 e 1,7 tonnellate di CO₂.
E allora la domanda diventa inevitabile: conviene davvero investire centinaia di milioni in impianti destinati a funzionare per decenni, quando l’Europa spinge sempre più verso riduzione dei rifiuti, riciclo e recupero di materia?
Domanda ancora più delicata se il territorio candidato è una valle già martoriata da decenni di servitù ambientali e industriali.
Perché alla fine il vero problema non è solo quanto costa costruire un inceneritore.
Ma quanto potrebbe costare viverci accanto.







