Inceneritori e salute, i medici avvertono: “Non esiste una soglia sicura”

Mentre in Val Bormida si discute di nuovi impianti, un documento dell’Ordine dei Medici di Trento
ricorda i rischi sanitari legati alla combustione dei rifiuti.

Nel dibattito pubblico italiano gli inceneritori cambiano spesso nome.
Oggi si chiamano termovalorizzatori, parola elegante, quasi rassicurante, che suggerisce l’idea di un impianto moderno capace di trasformare i rifiuti in energia pulita.

Ma la sostanza resta la stessa: si bruciano rifiuti.

Ed è proprio su questo punto che interviene con chiarezza un documento dell’Ordine dei Medici di Trento, che richiama numerosi studi scientifici internazionali sui possibili effetti sanitari degli impianti di incenerimento….LEGGI

Secondo i medici, le emissioni degli inceneritori contengono particolato fine e ultrafine, nanoparticelle, metalli pesanti e migliaia di composti chimici, alcuni dei quali classificati come cancerogeni, mutageni o interferenti endocrini.

Negli ultimi anni la letteratura scientifica ha identificato nuovi inquinanti chimici generati dalla combustione dei rifiuti, con effetti biologici molto rilevanti. Alcuni di questi composti – spiegano gli studi citati – possono avere un impatto persino superiore a sostanze note come la diossina TCDD o il benzopirene.

Non solo aria: l’inquinamento entra nella catena alimentare

Il problema non riguarda soltanto l’aria che respiriamo.

Molti degli inquinanti prodotti dagli inceneritori sono persistenti e bioaccumulabili: si depositano nel suolo, contaminano l’acqua e si accumulano nei vegetali e nei tessuti degli animali, passando lungo la catena alimentare fino ad arrivare all’uomo.

Diversi studi epidemiologici hanno messo in relazione le emissioni degli inceneritori – anche quando rispettano i limiti di legge – con malattie respiratorie e cardiovascolari, nascite premature, aborti spontanei e alcune forme tumorali.

Un ruolo particolarmente critico è attribuito alle polveri ultrafini, particelle minuscole capaci di penetrare negli alveoli polmonari e entrare nel circolo sanguigno.

“Termovalorizzatore”: un nome tutto italiano

Nel documento viene sottolineato anche un aspetto curioso:
il termine termovalorizzatore è praticamente utilizzato solo in Italia.

Nel resto d’Europa si parla semplicemente di inceneritori.
Il nome italiano, più rassicurante, tende a far dimenticare che questi impianti non fanno sparire i rifiuti ma li trasformano in emissioni, scorie e ceneri che devono comunque essere smaltite.

Un grande inceneritore produce ogni anno milioni di metri cubi di fumi, contenenti tra l’altro ammoniaca, metalli pesanti come mercurio, cadmio e piombo, oltre a composti acidi e organici complessi.

Anche i limiti di legge non garantiscono sicurezza

Uno dei passaggi più netti del documento riguarda proprio i limiti emissivi.

Secondo i medici, parlare di emissioni “a norma di legge” non equivale a garantire l’assenza di rischi sanitari.

Le tecnologie moderne hanno ridotto alcune emissioni, ma hanno spostato il problema verso particelle sempre più piccole e difficili da monitorare, come le polveri ultrafini.

E per alcune sostanze, come le diossine, non esiste una soglia completamente sicura: quantità infinitesimali, dell’ordine dei picogrammi, possono comunque avere effetti biologici.

L’Europa guarda in un’altra direzione

Negli ultimi anni anche la Commissione Europea ha indicato una strada diversa:
investire nella riduzione dei rifiuti, nel riuso e nel riciclo, scoraggiando la costruzione di nuovi inceneritori.

Paesi spesso citati come modello – come la Danimarca – stanno già programmando una riduzione significativa degli impianti di incenerimento, anche per contenere le emissioni di CO₂.

Il dibattito arriva anche in Val Bormida

Queste considerazioni arrivano proprio mentre in Liguria e in Val Bormida si torna a parlare di nuovi impianti per la gestione dei rifiuti.

Il rischio, denunciano molti comitati locali, è che territori già segnati da decenni di attività industriali e da vicende ambientali complesse possano diventare nuovamente il luogo dove concentrare impianti impattanti.

Il documento dei medici trentini non entra nel merito delle singole scelte territoriali, ma pone una domanda semplice e diretta:

abbiamo davvero bisogno di nuovi inceneritori?

Oppure – come suggeriscono molte politiche europee – sarebbe più lungimirante investire seriamente nella riduzione dei rifiuti, nella raccolta differenziata e nel recupero di materia?

Una domanda che oggi riguarda non solo l’economia dei rifiuti, ma soprattutto la salute delle comunità che vivono nei territori dove questi impianti vengono progettati.

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