INCENERITORE: SE SCARPINO CEDE… ECCO CHE TORNA LA VAL BORMIDA

La geografia delle servitù secondo la politica ligure

In Liguria succede sempre così: basta che un’ipotesi dia qualche problema sulla costa, e come per magia il progetto “migra” verso l’entroterra.
È un fenomeno più affidabile delle maree.
Ed eccoci di nuovo qui: mentre Scarpino scricchiola – letteralmente – sotto i piedi degli ingegneri, l’ombra del termovalorizzatore torna a stendersi sulla Val Bormida. Con discrezione, naturalmente. Con quei vertici “informali” che sono informali solo fino a quando non si scopre che erano formalissimi.

Scarpino non regge? Niente paura: c’è sempre la valle

Il mantra regionale era chiaro:
Scarpino è l’area ideale.
Poi sono arrivati i sopralluoghi, gli studi sul terreno, i cedimenti, gli assestamenti, le sorprese geologiche.
La realtà ha bussato alla porta, e la risposta degli esperti è stata eloquente:
“Qui si può fare… ma con costi molto più alti e con mezzi molto più robusti. E pregando che non scivoli tutto verso Genova”.
A quel punto, la politica ha fatto due più due.
Il risultato?

Val Bormida di nuovo in lista.
Nessuna decisione ufficiale, ci mancherebbe. Solo “ragionamenti”, “analisi”, “riflessioni”. Che tradotto dal politichese significa: stiamo cercando di capire come dirvelo senza farvi arrabbiare.

Tre fronti: chi lo vuole, chi lo nasconde, chi lo teme
Sul territorio stanno nascendo tre scuole di pensiero.

I favorevoli dichiarati

Quelli che dicono: “L’impianto moderno è un’opportunità”.
E magari lo è davvero, tecnicamente parlando. Ma in Liguria siamo specialisti nel trasformare le buone idee in cattive realizzazioni.

 I favorevoli con prudenza (politica)

Sono i più divertenti:
“Non sarebbe male… però non posso dirlo, perché rischio una tempesta di critiche”.
Sognano compensazioni energetiche, pacchetti di infrastrutture, ricadute economiche.
Ma per ora sorridono poco e parlano pochissimo.

 I contrari (i più numerosi)

Temono l’aria, temono il traffico, temono il via vai di mezzi tra costa e valle.
Temono soprattutto la regola aurea ligure: quando un progetto è scomodo, lo si spinge verso l’interno.

L’impianto moderno? Certo. Ma moderno non significa innocuo.

I sostenitori citano il modello Torino, dove dopo l’avvio dell’impianto è stato creato un monitoraggio continuo, un sistema capillare di controlli, una rete di rilevazioni su:polveri, metalli, aldeidi, VOC, diossine, PCB.
I dati, dicono, sono bassi. Ok.
Ma i comitati ricordano un altro dato, sempre da Torino: oltre 260.000 tonnellate di CO₂ l’anno.
Che, in termini di clima, non è proprio un buffetto.
Perché un impianto di questo tipo, anche quando funziona bene, rimane una sorgente emissiva importante. E in una valle già fragile, il tema non è banale.

Il vero nervo scoperto: le infrastrutture

E qui arriviamo al punto cruciale: la Val Bormida non è Torino.
Le strade sono quelle che sono.
Immaginare decine di mezzi ogni giorno diretti all’inceneritore – o provenienti da esso – significa inserire un blocco di cemento in un ingranaggio già al limite.

Serve davvero questo impianto? Sì. Ma non serve ovunque.

Che la Liguria abbia bisogno di un impianto di fine ciclo è vero.
Che debba essere scaricato su un territorio fragile, senza infrastrutture adeguate, è tutta un’altra storia.
Prima di scegliere dove, occorrerebbe: chiarire le alternative, valutare i costi infrastrutturali veri, considerare l’impatto sul traffico, spiegare in modo trasparente vantaggi e svantaggi e soprattutto ascoltare i territori, non a giochi fatti.
La valle non può essere la soluzione tampone solo perché altrove il terreno traballa.

Non è una battaglia ideologica: è una questione di equilibrio

Il confronto tra “pro” e “anti” è normale, e anche salutare.
Ma qui c’è una questione più ampia: equità territoriale.
La Val Bormida ha già ospitato più che a sufficienza.
E la percezione – molto concreta – è che la politica la voglia trasformare in una sorta di “zona industriale permanente”, mentre la costa si preserva per turismo, eventi, cultura e grandi passerelle.
Chi vive in valle ha il diritto di dire: “Non siamo la retrovia di nessuno”.

Decidere sì, ma con coraggio e con giustizia

Una decisione andrà presa: su questo hanno ragione anche i più neutrali.
La Liguria non può continuare all’infinito a spedire rifiuti fuori regione.
Ma va presa bene.
Con geologia, non con geografia politica.
Con trasparenza, non con incontri in penombra.
E soprattutto con rispetto: per chi in quella valle vive, lavora, respira.
Perché la modernità non è solo costruire un impianto nuovo.
È farlo nel posto giusto, con infrastrutture giuste, ascolto vero e responsabilità.

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