Inceneritore, Scarpino brucia prima ancora di partire. Ora spunta l’ex Colisa: che ne dice la sindaca Salis?

Prima Scarpino. Poi no, Scarpino non va bene. Troppo fragile, troppo instabile, troppo rischioso. I monitoraggi satellitari parlano di movimenti del terreno attorno alla discarica nell’ordine di 25-30 millimetri all’anno, tanto che l’ipotesi di realizzare lì un nuovo impianto imponente appare, per usare le parole riportate dalla stampa, “del tutto improbabile”.

E allora ecco il nuovo colpo di teatro: non più Scarpino, ma l’area ex Colisa in Val Polcevera. Sempre Genova, ma più giù. Non sulle alture della discarica, bensì in una valle che di servitù, infrastrutture pesanti, ferite urbanistiche e sacrifici ambientali ne ha già collezionati abbastanza.

L’ipotesi è emersa mentre la Regione Liguria, attraverso ARLIR, ha già aperto la procedura per raccogliere proposte di partenariato pubblico-privato per progettazione, realizzazione e gestione dell’impianto di chiusura del ciclo rifiuti. Le proposte dovranno arrivare entro il 30 giugno 2026.

La domanda politica, però, è semplice: Genova è davvero disponibile a prendersi l’inceneritore oppure si continua con il gioco delle tre carte?

Perché quando il sito ipotizzato era Scarpino, sembrava quasi una questione tecnica. Poi la tecnica ha detto che Scarpino si muove. E quando la tecnica rovina la narrazione, la politica cambia tavolo. Così spunta l’ex Colisa, e subito arrivano le barricate. Il Pd genovese, con Federico Romeo e Davide Natale, ha definito “irricevibile” l’ipotesi, ricordando che la Val Polcevera “ha già dato molto” e chiedendo se il presidente Bucci voglia smentire il sindaco Bucci, che nel 2024 avrebbe escluso la valle come sede idonea.

E qui entra in scena la sindaca Silvia Salis.

Che ne dice?

Perché Salis su Scarpino ha già avuto modo di intervenire: se il terreno scende, se l’area è instabile, se perfino il TMB è fermo anche per problemi legati alla situazione del sito, allora costruire lì un termovalorizzatore diventa una fantasia ingegneristica più che una scelta amministrativa.

Ma sull’ex Colisa il silenzio sarebbe politicamente pesante. Troppo comodo dire “Scarpino no” se poi l’alternativa diventa scaricare il problema in Val Polcevera. Troppo facile difendere una collina che frana e dimenticare una valle che respira già polveri, traffico, cemento, ferrovia, autostrade, capannoni e memoria industriale.

Il punto è questo: Genova vuole chiudere il ciclo dei rifiuti a casa propria oppure vuole semplicemente togliere Scarpino dal tavolo e lasciare che il cerino finisca altrove, magari in Val Bormida?

Perché, mentre Genova discute, la Val Bormida resta sullo sfondo come il piano B che somiglia sempre più a un piano A. Non a caso diverse ricostruzioni indicano che nella fase precedente la maggioranza delle manifestazioni d’interesse guardava proprio verso siti valbormidesi.

E allora la sindaca Salis dovrebbe dire una cosa chiara, senza politichese: Genova accetterebbe un termovalorizzatore nell’area ex Colisa? Sì o no?

Perché se la risposta è no, bisogna avere il coraggio di dirlo apertamente. Ma allora bisogna anche smetterla di fingere che il problema non esista. Se Genova produce rifiuti, Genova non può sempre esportare le conseguenze. Non può fare la capitale quando incassa benefici e diventare periferia innocente quando si tratta di impianti scomodi.

La vicenda dell’ex Colisa è quindi più di una voce urbanistica. È un test politico. Misura la coerenza della Regione, la sincerità del Comune di Genova e la pazienza dei territori periferici.

Perché alla fine il giochino è sempre quello:
Scarpino no perché frana.
Val Polcevera no perché ha già dato.
Val Bormida sì perché tanto è lontana dai salotti buoni.

Ecco, sindaca Salis: Genova cosa dice davvero?

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