Oggi si chiude un passaggio importante nella lunga e controversa vicenda del futuro termovalorizzatore ligure. Scade infatti il termine fissato dall’Agenzia Regionale Ligure per i Rifiuti (ARLIR) per la presentazione delle proposte di partenariato pubblico-privato finalizzate alla progettazione, costruzione e gestione dell’impianto destinato a trattare il rifiuto residuo della regione.
Non si tratta ancora della gara vera e propria, ma di una fase preliminare che potrebbe però chiarire quali siano gli interessi industriali in campo e soprattutto quali territori rischiano di essere individuati come sede dell’impianto.
Secondo le indiscrezioni circolate nelle ultime settimane, sarebbero diversi i grandi operatori nazionali pronti a partecipare. Tra questi figurano alcuni dei principali protagonisti del settore ambientale italiano, insieme a cordate industriali che già in passato avevano manifestato interesse per il progetto ligure.
La Val Bormida resta l’osservata speciale
Nonostante le rassicurazioni e le dichiarazioni prudenti delle istituzioni, gli occhi continuano a essere puntati sulla Val Bormida.
Le aree che vengono citate con maggiore frequenza sono quelle dell’ex ACNA di Cengio e alcuni siti industriali del territorio di Cairo Montenotte, tra cui la zona della Marcella a Ferrania e l’area dell’Italiana Coke di Bragno.
Ipotesi che hanno provocato una mobilitazione crescente. Non solo cittadini e associazioni ambientaliste, ma anche amministrazioni comunali, organizzazioni agricole e rappresentanti istituzionali piemontesi hanno espresso una netta contrarietà all’idea di concentrare ancora una volta nella valle impianti considerati impattanti.
La memoria storica pesa. Per decenni la Val Bormida ha pagato un prezzo altissimo in termini ambientali e sanitari a causa delle attività industriali del passato. Per molti abitanti l’idea di ospitare un nuovo grande impianto di combustione rappresenta una prospettiva inaccettabile.
Il caso Genova e le contraddizioni della politica
A rendere ancora più complesso il quadro c’è la posizione di Genova.
Da un lato viene ricordato che il capoluogo produce oltre la metà dei rifiuti liguri e che quindi dovrebbe assumersi una parte significativa delle responsabilità nella gestione del ciclo regionale.
Dall’altro lato, dopo l’abbandono dell’ipotesi Scarpino, le amministrazioni genovesi hanno più volte sostenuto che sul territorio cittadino non esistono aree adeguate per ospitare il termovalorizzatore.
Una situazione che molti osservatori considerano contraddittoria: tutti concordano sulla necessità di chiudere il ciclo dei rifiuti, ma quando si tratta di individuare il luogo dove realizzare l’impianto iniziano i distinguo e le resistenze territoriali.
Un dibattito ancora aperto
La scadenza odierna non decreterà il vincitore né stabilirà dove verrà costruito l’inceneritore. Servirà invece a raccogliere le proposte che saranno esaminate nei prossimi mesi per individuare il progetto ritenuto più conveniente sotto il profilo tecnico ed economico.
Successivamente dovrebbe essere predisposta la gara vera e propria.
Ma al di là degli aspetti procedurali, la questione continua a essere soprattutto politica.
Da mesi i cittadini assistono a un dibattito caratterizzato da annunci, smentite, ipotesi e indiscrezioni. Mentre le aziende preparano i propri progetti, i territori interessati chiedono trasparenza e risposte chiare.
La domanda che molti si pongono è semplice: la scelta finale sarà guidata da criteri ambientali e sanitari oppure prevarrà la logica di collocare l’impianto dove l’opposizione politica appare più debole?
Nei prossimi mesi la Regione sarà chiamata a dare una risposta concreta. E difficilmente riuscirà a evitare uno scontro che si preannuncia sempre più acceso, soprattutto se la Val Bormida dovesse continuare a rimanere in cima alla lista delle possibili destinazioni.






