Inceneritore: Lavoro contro salute? Il sindacato e il solito bivio (sbagliato)

In Valbormida la storia sembra ripetersi con una puntualità quasi irritante. Ogni volta che si apre un conflitto tra tutela dell’occupazione e difesa della salute pubblica, una parte del sindacato sceglie senza esitazione: prima i posti di lavoro, tutto il resto dopo. Anche quando “il resto” significa aria, polmoni, tumori, qualità della vita.

È già successo a Vado con la centrale di Tirreno Power. È successo con la Piattaforma Maersk. E oggi lo vediamo di nuovo con l’ipotesi di riconversione dell’Italiana Coke in un termovalorizzatore.

La FIT-CISL provinciale, con il segretario Danilo Causa, si è schierata apertamente per il “Sì”. Prima ancora lo aveva fatto la Uil. La motivazione è sempre la stessa: garantire un’alternativa occupazionale nel caso in cui la cokeria dovesse ridimensionarsi. Una preoccupazione legittima, certo. Ma la domanda è: a quale prezzo?

Il sindacato nasce per difendere il lavoro. Non solo il posto.

Fa un certo effetto sentire un sindacato dei lavoratori sostenere un impianto ad alte emissioni come soluzione strutturale per un territorio già martoriato. Perché il sindacato non è nato solo per difendere un contratto o una busta paga. È nato per migliorare le condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori.

E allora la domanda è semplice: davvero si pensa di migliorare le condizioni di chi oggi lavora in un impianto ad alte emissioni sostituendolo con un altro impianto che, per quanto “di nuova generazione”, resta un inceneritore?

Un termovalorizzatore – chiamarlo con un nome più elegante non cambia la sostanza – è un impianto che brucia rifiuti producendo energia. Brucia. Produce emissioni. Genera ceneri. Richiede controlli stringenti perché il rischio non è teorico ma concreto.

Non si può dire: “Sarà tutto sotto controllo” come se fosse una formula magica. Anche la cokeria, per anni, è stata “sotto controllo”.

I numeri dell’occupazione: promessa o illusione?

C’è poi il nodo dei posti di lavoro. Si parla di 200, 250, persino 300 lavoratori da riassorbire. Ma chi conosce i dati reali sugli impianti di termovalorizzazione sa che un impianto moderno altamente automatizzato difficilmente supera le 40–50 unità dirette, a regime.

Allora perché alimentare aspettative che rischiano di trasformarsi in delusione? I sindacati conoscono la realtà industriale. Sanno benissimo che un inceneritore non è una fabbrica fordista degli anni ’70.

Se davvero l’obiettivo è la tutela occupazionale, perché non pretendere un piano industriale trasparente, con numeri certificati, vincolanti, verificabili? Perché non legare il sì a garanzie scritte, nero su bianco, su livelli occupazionali e bonifiche reali?

CGIL: contraria per convinzione o per calcolo?

In questo quadro spicca la posizione diversa della CGIL, che si dice contraria. Una novità, rispetto al passato. Ma anche qui non mancano i retroscena: c’è chi legge il “No” come una scelta non solo sindacale ma politica, in vista delle future dinamiche amministrative a Cairo Montenotte.

Se così fosse, sarebbe l’ennesima dimostrazione che il sindacato, anziché rappresentare un argine tecnico e sociale, diventa terreno di posizionamenti pre-elettorali.

Un territorio già saturo

La Valbormida non è una lavagna bianca su cui scrivere una nuova pagina industriale. È un territorio con una lunga storia di impatti ambientali, bonifiche incomplete, ferite ancora aperte. Parlare di “opportunità” senza partire da questa memoria collettiva suona, quantomeno, superficiale.

Si sostiene che un impianto moderno ridurrebbe l’inquinamento rispetto al passato. Può darsi. Ma ridurre non significa azzerare. E soprattutto: è questo il modello di sviluppo che si vuole per il territorio? Continuare a concentrare impianti critici perché “tanto ormai”?

Lavoratori contro lavoratori

Il paradosso è che, così facendo, si mettono i lavoratori contro altri lavoratori. Da una parte chi teme di perdere il posto. Dall’altra chi teme di perdere salute, valore delle case, qualità della vita per sé e per i figli.

Un sindacato dovrebbe evitare questa frattura, non alimentarla. Dovrebbe pretendere una vera riconversione, non la semplice sostituzione di un camino con un altro camino.

Difendere il lavoro non può significare difendere qualsiasi lavoro, a qualsiasi costo.

Se il sindacato smette di tenere insieme salario e salute, contratto e ambiente, rischia di tradire la propria ragion d’essere. E di lasciare un territorio ancora una volta solo davanti a scelte che segneranno i prossimi trent’anni.

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