
L’Alta Langa non vuole assistere in silenzio all’ennesima scelta calata dall’alto sulla Valle Bormida. Mentre in Liguria si continua a parlare di un possibile termovalorizzatore — chiamarlo così non ne cambia la sostanza: si tratta di un inceneritore — dal versante piemontese cresce una rete di Comuni, Unioni montane e associazioni decisi a farsi sentire.
L’Osservatorio promosso dall’Unione Montana Alta Langa non nasce per produrre l’ennesimo documento destinato a finire in un cassetto. L’obiettivo è seguire passo dopo passo l’iter, raccogliere dati, coinvolgere tecnici e amministratori, prepararsi alle osservazioni e alle eventuali procedure ambientali. Una scelta di buon senso: quando un impianto può avere effetti su un territorio vasto, non basta aspettare la decisione della Regione Liguria per poi lamentarsi a cose fatte.
Ad oggi sono già decine i Comuni che hanno espresso formalmente contrarietà a un impianto nella Valle Bormida ligure o nelle aree vicine. Ma la prospettiva è più ampia: si punta a superare quota cento Comuni rappresentati. Non sarebbe un dettaglio simbolico. Sarebbe la dimostrazione che la Valle non è divisa da un confine amministrativo tra Liguria e Piemonte, perché l’aria, l’acqua, le ricadute sanitarie e le conseguenze economiche non si fermano davanti a un cartello stradale.
Il coinvolgimento di ARPA Piemonte, con una funzione di supporto tecnico, è altrettanto importante. La discussione non può essere affidata agli slogan rassicuranti di chi presenta l’inceneritore come una soluzione moderna, pulita e inevitabile. Servono numeri, valutazioni indipendenti, controlli e la possibilità per i territori coinvolti di far valere le proprie ragioni in ogni sede prevista dalla legge.
Va ricordato anche un fatto che qualcuno, forse, preferirebbe dimenticare: l’Acna di Cengio non è stata chiusa per graziosa concessione della politica ligure. La battaglia decisiva fu combattuta soprattutto dai Comuni piemontesi, dagli amministratori dell’Alta Langa, dai cittadini e dalle associazioni che per anni denunciarono l’avvelenamento del Bormida e il prezzo pagato da intere comunità. Furono loro a non arrendersi all’idea che il lavoro e l’industria dovessero necessariamente significare inquinamento e malattia.
Quella storia dovrebbe insegnare qualcosa. La Valle Bormida ha già conosciuto cosa significa diventare il retrobottega industriale di decisioni prese altrove. Oggi non può accettare che, dopo l’Acna, dopo decenni di bonifiche incomplete e dopo le criticità ancora presenti, le venga chiesto di ospitare o subire le conseguenze dell’incenerimento dei rifiuti prodotti soprattutto da Genova.
L’Osservatorio dell’Alta Langa non è dunque un fastidio burocratico né una protesta ideologica. È una forma di tutela del territorio, della salute e del futuro economico di una valle che prova a costruirsi un’identità diversa: agricoltura di qualità, turismo, paesaggio, piccoli Comuni da salvare dallo spopolamento.
Chi immagina di poter imporre un impianto di questa portata farebbe bene a guardare alla storia dell’Acna. Quando i territori si uniscono, si informano e non accettano di essere trattati come una periferia sacrificabile, possono cambiare il corso delle decisioni. E questa volta l’Alta Langa sembra intenzionata a non arrivare tardi.
