Inceneritore, la vera novità: Ferrania esce allo scoperto e si candida apertamente

Nel dibattito sul possibile inceneritore ligure, c’è un elemento nuovo che segna un cambio di passo politico e industriale:
per la prima volta Ferrania Technologies, attraverso l’Ufficio del liquidatore, non si limita a subire le ipotesi regionali, ma si propone attivamente come sede dell’impianto.

Non una disponibilità generica, non un “valuteremo”, ma una posizione chiara:
le aree ex Ferrania – in particolare la zona della Marcella – vengono indicate come “ottima opportunità” per ospitare il termovalorizzatore.

È un passaggio tutt’altro che neutro, perché introduce un attore finora rimasto sullo sfondo come soggetto interessato diretto alla localizzazione dell’impianto.

Un interesse dichiarato (e reciproco)

La novità sta anche nel fatto che vengono esplicitati i contatti con Iren, indicata come fortemente interessata alle aree anche se a novembre la società  aveva smentito l’interessamento:

  • collocazione strategica rispetto all’autostrada
  • area già industriale, quindi “tecnicamente compatibile”
  • possibile sinergia con il biodigestore già presente e di proprietà Iren

Non è più solo la Regione che cerca un sito: è il sito che si propone al gestore.

Il nodo vero: la liquidazione e il valore delle aree

Qui sta il cuore politico-economico della novità.
Ferrania è in liquidazione, con un piano omologato dal Tribunale di Genova che impone valori di vendita rigidi e impedisce di “svendere” i terreni.

L’insediamento di un grande impianto come l’inceneritore:

  • renderebbe immediatamente appetibili circa 100.000 mq
  • consentirebbe di chiudere una parte rilevante della liquidazione
  • garantirebbe un’entrata strutturale e certa, difficilmente ottenibile con insediamenti produttivi ordinari

In altre parole: l’inceneritore diventa una leva finanziaria, non solo una scelta impiantistica.

Da area dismessa a “soluzione regionale”

Questa presa di posizione cambia anche la narrazione delle ex Ferrania:
non più solo area in cerca di riconversione, ma candidata a ospitare un’infrastruttura strategica regionale per la gestione dei rifiuti.

È un salto di scala che:

  • sposta il problema dal “dove lo facciamo” al “chi si offre”
  • rafforza il peso negoziale del sito di Cairo Montenotte
  • mette il Comune davanti a una pressione nuova, più strutturata e meno teorica

Una scelta che precede il dibattito pubblico

Ed è qui che la novità diventa politicamente delicata.
Ferrania parla di impianti “non impattanti” e di “opportunità per il territorio”, prima che il confronto pubblico entri nel vivo, prima di una Valutazione di Impatto Ambientale, prima di una scelta condivisa.

Il messaggio è chiaro:

il sito c’è, il gestore è interessato, l’operazione conviene.

Ora tocca alla politica locale e regionale spiegare se la scelta del luogo debba nascere dal bisogno del territorio o dalla necessità di chiudere una liquidazione.

In sintesi la vera notizia non è solo che Cairo sia tra i siti possibili.
La vera novità è che Ferrania si propone apertamente, trasformando l’inceneritore da problema da collocare a occasione immobiliare e finanziaria

E quando un impianto nasce prima come soluzione economica e solo dopo come scelta ambientale, il dibattito – inevitabilmente – diventa molto più politico che tecnico.

E alla fine, la domanda inevitabile non è tecnica, né finanziaria.
È una domanda semplice, quasi banale:

che cosa ne penseranno i cittadini?

Perché a Cairo Montenotte – e più in generale in Val Bormida – la memoria non è corta. Qui l’industria non è mai stata un concetto astratto, ma una presenza concreta, spesso pesante, che ha lasciato lavoro sì, ma anche ferite ambientali e sanitarie ancora aperte. Ed è proprio per questo che molti cittadini difficilmente leggeranno la parola “opportunità” senza un sano, istintivo scetticismo.

C’è chi vedrà nell’ipotesi dell’inceneritore l’ennesima decisione calata dall’alto, maturata nei tavoli tra liquidatori, multiutility e Regione, e presentata al territorio solo quando i giochi sono già fatti. C’è chi temerà che, ancora una volta, la Val Bormida venga scelta perché “abituata a pagare”, perché industriale, perché periferica, perché meno capace di fare rumore.

Altri, più pragmatici, si chiederanno se davvero non esistano alternative:
se abbia senso parlare di economia circolare mentre si investe in un impianto che vive bruciando rifiuti per decenni;
se non sarebbe più lungimirante puntare su riduzione, riciclo, trattamento a freddo e innovazione vera, invece di affidarsi a una tecnologia che molti considerano già superata.

E poi ci sarà una domanda ancora più scomoda, quella che spesso resta fuori dai comunicati ufficiali: chi decide davvero?
Il Comune, i cittadini, o un equilibrio tra piani di liquidazione, interessi industriali e necessità regionali?

Se questa vicenda insegna qualcosa, è che senza trasparenza, coinvolgimento reale e rispetto del territorio, il rischio non è solo quello di costruire un impianto contestato, ma di alimentare l’ennesima frattura tra istituzioni e cittadini.
Perché un territorio può anche accettare scelte difficili, ma difficilmente accetta di essere considerato solo il posto giusto dove “farle stare”.

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