Bando entro aprile, progetti entro giugno. Ma dietro la corsa all’inceneritore emergono ritardi, costi e scelte mai fatte.
C’è una parola che fino a qualche anno fa si pronunciava sottovoce, quasi con imbarazzo: inceneritore.
Oggi, in Liguria, è diventata improvvisamente “necessità”.
La Regione accelera. Entro metà aprile l’ARLIR pubblicherà il bando per raccogliere proposte di partenariato pubblico-privato. Scadenza: 30 giugno. Poi si entrerà nella fase operativa, con la progettazione e, successivamente, la gara per costruire l’impianto.
Una corsa contro il tempo? Più che altro, una corsa contro anni di scelte mancate.
La fretta nasce da lontano
Il punto di non ritorno ha una data precisa: 2030.
È l’anno in cui chiuderà la discarica di Scarpino, oggi ancora uno dei pilastri del sistema ligure.
Tradotto: da quel momento, decine di migliaia di tonnellate di rifiuti dovranno essere smaltite altrove. E “altrove” significa camion, costi, dipendenza da altri territori.
Già oggi il sistema fa acqua. Una parte dei rifiuti genovesi viaggia fino al Piemonte per essere trattata, per poi tornare indietro. Un giro assurdo, che pesa sulle tasche dei cittadini.
Secondo l’ISPRA, Genova ha già costi tra i più alti del Nord: oltre 290 euro pro capite all’anno.
E allora ecco la soluzione: chiudere il ciclo dei rifiuti in casa.
Ma davvero è una scelta obbligata?
Il mercato c’è. La politica dov’era?
Non è un mistero: le grandi multiutility sono pronte.
Tra le manifestazioni di interesse compaiono nomi pesanti come A2A, Iren, Acea e Hera.
Il business dei rifiuti attira. Sempre.
Ma qui nasce la domanda vera: se l’interesse industriale c’era, perché la politica è arrivata così tardi?
Per anni si è rimandato tutto:
- niente impianti TMB adeguati
- progetti avviati e poi bloccati
- scelte rinviate per non disturbare il consenso
Risultato: oggi si corre.
Le aree: decisione tecnica o scaricabarile?
Sulla carta le possibili localizzazioni sono già note:
Valpolcevera, Valle Scrivia, Vado Ligure… e soprattutto Val Bormida, con Cairo Montenotte e Cengio.
Territori già segnati da industria pesante, bonifiche incompiute, conflitti ambientali.
E qui si gioca una partita delicatissima: la Regione dice che saranno i progettisti a indicare il sito migliore.
Traduzione meno elegante: la politica non vuole metterci la firma.
Il nodo che nessuno dice: il tempo
Anche se tutto filasse liscio — e non succede mai — un termovalorizzatore non si costruisce in pochi anni.
Basta guardare cosa succede altrove: il potenziamento dell’impianto di Torino non sarà pronto prima del 2031.
Quindi la Liguria rischia di arrivare comunque impreparata al 2030.
E nel frattempo?
Rifiuti in viaggio. Costi che salgono. Tariffe che aumentano.
Il grande rimosso: la prevenzione
In tutta questa discussione manca un pezzo fondamentale:
ridurre i rifiuti.
Si parla solo di come smaltirli, mai di come produrne meno.
Eppure:
- raccolta differenziata ancora disomogenea
- sistemi come il porta a porta spesso contestati (vedi Savona)
- poca innovazione su riuso e riciclo
L’inceneritore diventa così la scorciatoia.
La soluzione finale.
Quella che evita di affrontare tutto il resto.
Una scelta tecnica o politica?
Alla fine, il punto è questo.
L’inceneritore non è solo un impianto.
È una scelta di modello:
- centralizzare o diffondere?
- bruciare o recuperare?
- programmare o rincorrere?
La Regione parla di “necessità”. Ma la sensazione è diversa.
Non è una scelta inevitabile.
È una scelta resa inevitabile da anni di non-scelte.
E ora si corre. Come sempre, all’ultimo minuto.






